Pesca e acquacoltura

Circa il 50% degli animali acquatici destinati al consumo alimentare umano proviene dall'acquacoltura, in Italia 204 mila su oltre 400 mila tonnellate nel 2011. Molluschi e pesci, per la maggior parte trote, spigole, orate, anguille, sono allevati in bacini naturali come lagune o stagni, vasche di cemento, gabbie o recinti posizionati in mare. In ogni caso, alimentati con mangimi ipercalorici.

Per ucciderli si ricorre a un campionario di tecniche violente: alle anguille, ad esempio, viene tagliato il collo o le si immerge nel sale asciutto, che penetra nel loro corpo disseccandolo in una lenta agonia. Le trote, invece, vengono congelate vive e muoiono dopo 15 minuti di tortura.

L’acquacoltura è anche causa di numerosi danni ambientali. Deiezioni e residui dei mangimi provocano un forte inquinamento, mentre gli allevamenti di pesci carnivori come le spigole si approvvigionano di pesciolini in mare aperto: per la produzione di 10 kg di spigole è necessario un quintale di sardine, per ottenere 1 kg di tonno rosso sono necessari 5 kg di acciughe. Pescati all’amo o nelle reti, i pesci muoiono per soffocamento, lacerazioni provocate dall’amo, schiacciamento, congelamento o shock dovuto alla cattura. L’agonia causata dalla pesca può durare ore.

Secondo l’attuale normativa penale la detenzione di crostacei ancora vivi sul ghiaccio costituisce reato per maltrattamento di animali.

Nel dicembre 2008 la LAV ha organizzato l'Aragosta Day, nel corso del quale volontari e attivisti si sono recati nei luoghi di esposizione e vendita per esaminare e documentare le condizioni in cui venivano tenuti gli animali. In seguito all'esito della giornata di verifica e sensibilizzazione, la Coop ha deciso di non porre più su ghiaccio i crostacei vivi. 

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