Condannato a 8 anni l'uomo che aveva sequestrato Rita Di Mario e ucciso il suo cane

La donna, presidente di un’associazione animalista che accudisce randagi a Nettuno, era riuscita a liberarsi lanciandosi dal furgone guidato dall’aggressore. Nel corso dell’escalation di violenza da cui è riuscita a salvarsi, ha visto morire il suo cagnolino ammazzato a pugni. ENPA, LAV e LNDC Animal Protection si sono costituite come parti civili nel processo a fianco dell’animalista.

Una vicenda raccapricciante, di quelle che colpiscono nel profondo, si è conclusa con una sentenza che finalmente fa giustizia. Rita Di Mario, presidente dell’Associazione “L’Arca di Rita”, che da anni accudisce cani randagi a Nettuno (RM), ha visto concludersi il processo a carico del suo aggressore, dopo tanto dolore e dopo tutta la violenza e la crudeltà subite durante il sequestro che risale a settembre dello scorso anno, nel corso del quale era stato ucciso il suo cane, un piccolo chihuahua. Ieri il giudice del tribunale di Latina, Giorgia Castriota, ha emesso la sentenza per i reati di sequestro di persona, lesioni aggravate, tentato omicidio, estorsione e uccisione di animale. Per quest’ultimo reato ENPA, LAV e LNDC Animal Protection, tutte assistite dall’avv. Michele Pezone, si sono prontamente costituite come parti civili. Il criminale, un uomo di 36 anni, è stato condannato, con rito abbreviato, a 8 anni di carcere, un anno in più rispetto a quanto richiesto dal pubblico ministero. 

L’aggressore aveva sequestrato la donna, tentato di ucciderla e per meglio farle capire le sue intenzioni, durante il rapimento, ha ucciso il suo cagnolino a suon di pugni, colpendo ripetutamente fino a trucidarlo proprio davanti agli occhi terrorizzati della donna, atterrita da tanta malvagità e furia cieca. Ma la storia è ben più complessa e articolata di così. Rita, infatti, è la Presidente di un’associazione che tutela gli animali e aveva accolto l’uomo di origini bulgare per fargli svolgere attività di volontariato nella sua struttura. Ma in breve tempo l’uomo, complice il suo continuo stato di alterazione dovuto all’assunzione di alcolici, ha cambiato atteggiamento e si è fatto aggressivo, minaccioso e violento, motivo per cui è stato allontanato dall’associazione. Ed è qui che l’uomo ha iniziato a perseguitare la donna minacciandola continuamente di morte, fino al momento in cui è arrivato a sequestrarla nel suo stesso furgone. E così per Rita è iniziato il peggiore degli incubi durato 15 chilometri, da Nettuno a Campoverde. Durante il tragitto l’aggressore ha continuato a usare violenza nei confronti della donna e del suo piccolo compagno di vita, che non è sopravvissuto ai colpi ricevuti. Arrivata a Campoverde, Rita ha avuto la forza e la prontezza di gettarsi dal furgone. Lui ha bloccato il mezzo, è sceso e le è saltato addosso per finirla, ma fortunatamente un carabiniere di passaggio ha visto cosa stava accadendo e l’ha salvata dal suo aguzzino. L’incubo ha così avuto fine. 

Commentano così la vicenda le Associazioni animaliste che hanno preso parte al processo: “Un caso che lascia senza parole per la violenza inaudita che lo caratterizza e per cui siamo subito accorsi in aiuto di Rita, per sostenerla anche personalmente in questa tragedia, non solo a livello processuale”. Concludono: “Purtroppo questa storia rende perfettamente l’idea di come la violenza non conosca limite e quando qualcuno si mostra violento nei confronti degli animali, rischia di essere un pericolo per la società intera. Siamo tutti potenziali vittime di persone che non hanno rispetto della vita e della libertà altrui: animali e esseri umani in modo indistinto. La vita va tutelata sempre, senza se e senza ma, e le pene devono essere esemplari perché chi delinque non si trovi più nelle condizioni di poterlo fare di nuovo”.