Gas di scarico testato su scimmie, sperimentazioni ferme al secolo scorso

La sperimentazione animale è una pratica che non conosce limiti e alcune volte scandalizza anche chi, in altri casi, la giustifica come necessaria. E’ il caso dei test sui gas di scarico della auto che, stando a un’inchiesta del New York Times, rilanciata da Bild, sarebbero stati condotti su 10 scimmie, in un centro di ricerche nel New Mexico.

Secondo l’inchiesta, nel 2015 quattro grandi case automobilistiche (Gruppo Bmw-Mini, Gruppo Daimler-Benz, Gruppo Volkswagen) avrebbero utilizzato dei primati rinchiusi in una sala per 4 ore, durante le quali sono stati sotto costretti a inalare gas di scarico, per verificare la fondatezza dell’allarme lanciato nel 2012 dall’Organizzazione mondiale della Sanita che ne classificò i fumi come cancerogeni.

Che i gas di scarico delle auto fossero nocivi certo non era un mistero nel 2012, ma gli animali sono un comodo espediente per giustificarsi e giustificare. 
Studiare la tossicità sui primati è un approccio sperimentale a dir poco arcaico, che ricorda le immagini degli anni ’70 con i crash test eseguiti su animali, protocolli ampiamente superati sia dal punto di vista tecnico-scientifico che etico.

La valutazione della tossicità delle sostanze chimiche inalate avviene per esposizione forzata, con conseguenze terribili, come dolore, agonia, angoscia e morte. Inoltre, i risultati di questi test sono inaffidabili, in quanto correlano i dati della cavia con la concentrazione della sostanza a cui è esposta, senza prendere in considerazione la complessità dei meccanismi che portano a tale effetto, che possono variare significativamente dall’animale all’uomo, con la difficoltà di estrapolare i dati e mettere in relazione il modello animale con la risposta umana.

A nulla valgono le scuse, tardive, dei vertici delle case automobilistiche coinvolte che, comunque non sono le uniche responsabili, perché se da un lato le compagnie tedesche hanno effettuato questi inaccettabili test, dall’altro qualcuno li ha autorizzati! Né è utile la loro “indignazione” postuma, se non si traduce nel finanziamento e sostegno a tecniche di investigazioni tossicologiche innovative e affidabili, basate su metodi alternativi all’uso di animali che rappresentano l’unico modo per garantire realmente la sicurezza per l’uomo.

Ed proprio in quest’area d’investigazione che si colloca il progetto dell’Università di Pisa che abbiamo finanziato nel 2016: perché i metodi sostitutivi esistono ed è nostro dovere scientifico e morale sostenerli.

Michela Kuan
Biologa, responsabile Area Ricerca senza animali