Pellicce: crollo prezzi visone. Settore insostenibile, vietare allevamenti

Le ultime aste in Danimarca e Finlandia riportano un precipitoso crollo dei prezzi delle pellicce di visone rispetto al 2013: il prezzo medio è sceso del 55% alla più recente asta Saga Furs di Vantaa, mentre quest'anno i dati di vendita della danese Kopenhagen Fur, dove solitamente sono commercializzate anche le pelli italiane, è sceso del 40%.

Il crollo dei prezzi delle pelli di visone è significativo di quanta poca domanda ci sia sul mercato e di quanto scarso, per non dire nullo, sia ormai il margine di guadagno per chi alleva questi animali.

E’ necessario che il Parlamento approvi subito la proposta di legge della LAV presentata negli scorsi mesi sia a Camera che Senato e sottoscritta dalle principali forze politiche (C288, On. Brambilla – FI-, C2148 On. Gagnarli – M5S- e S62, Sen. Amati - PD), finalizzata alla chiusura degli ultimi allevamenti di visone ancora presenti in Italia.

Se nell’asta di settembre, quella che ha chiuso la stagione 2013-2014, a Copenhagen (che rappresenta un terzo delle esportazioni danesi verso la Cina) il prezzo medio della pelle di un visone è sceso dai 76,90 euro (dicembre 2013) agli attuali 34,65 euro, i dati di vendita registrati alla casa d’aste finlandese Saga Furs sono anche peggiori per il settore dell’allevamento del visone in Europa: oltre il 55% in calo i prezzi delle pelli di visone vendute, con una perdita del profitto del 6%. Senza margine di guadagno l'industria europea dell’allevamento del visone dovrà riconsiderare i propri investimenti. I magazzini sono ancora pieni di pelli invendute, acquistate durante l’anomalo picco di “benessere cinese”.

I prodotti di lusso come i cappotti di pelliccia hanno rapidamente perso mercato in Cina, anche a seguito delle campagne anti-corruzione avviate dal regime unitamente alle sempre più crescenti campagne di sensibilizzazione organizzate da locali associazioni animaliste. In questo scenario, l'industria italiana ed europea della pellicceria non può più fare finta di nulla e prendere atto che la “bolla cinese”, che aveva innalzato i prezzi delle pelli nelle ultime 3 stagioni, è ormai esplosa.

Oltre agli aspetti economici che hanno colpito duramente il settore dell’allevamento dei visoni in Europa, l’intera industria della pellicceria continua ad essere oggetto di acceso dibattito pubblico e politico, in cui argomentazioni etiche e scientifiche circa il benessere animale  contestano i metodi di uccisione obsoleti e i documentati problemi comportamentali conseguenti ad una vita, seppur breve, di animali selvatici e predatori in minuscole gabbie di rete metallica.

Secondo un Rapporto pubblicato dal Comitato Scientifico per la Salute e il Benessere degli Animali della Commissione Europea nel 2001, gli animali cosiddetti “da pelliccia” non sono adatti per gli allevamenti intensivi e le costrizioni cui sono sottoposti sono gravemente lesive del loro benessere psico-fisico.

I cittadini europei si sono più volte dichiarati contrari all’uccisione di animali per la loro pelliccia, come ad esempio il 78% di persone in Svezia, il 73% in Croazia, l’85% in Italia.

Proposte di legge per la chiusura di questi allevamenti sono già state presentate praticamente in tutti i Parlamenti degli Stati Membri.

L'industria della pelliccia tenta di giustificare il calo delle recenti vendite attribuendone la colpa all’inaspettato inverno mite che c’è stato in Cina, Paese che è ormai il più grande importatore mondiale di pelli.

Negli ultimi anni la pelliccia era considerata uno status symbol tra i ricchi cinesi; un'idea che la società Kopenhagen Fur ha voluto rafforzare con una strategia pubblicitaria ad hoc e sfilate di moda di sole pellicce proprio in Cina, ma che evidentemente non ha avuto alcun effetto persuasivo.

"Le nuove generazioni in Cina sono meno interessate a indossare pellicce: i giovani cinesi sono sempre più istruiti, e la consapevolezza dei diritti degli animali e dei problemi di benessere nell'industria della pelliccia stano diventando sempre più diffusi. Oggi indossare pellicce non è considerato di moda tra i giovani cinesi”, dichiara Pei F. Su CEO di ACTAsia.

La FFA - Fur Free Alliance, è la coalizione internazionale di cui la LAV è membro e che unisce decine di organizzazioni nel mondo impegnate contro lo sfruttamento degli animali per la loro pelliccia.

La FFA, grazie ai finanziamenti dei propri membri, sostiene le campagne di sensibilizzazione condotte in Cina per informare e sensibilizzare le nuove generazioni. In più di 16 Province ogni anno sono oltre 60 gli eventi che si svolgono come parte della campagna “No Fur China”, organizzata da ACTAsia che lavora a stretto contatto con numerosi gruppi locali di studenti universitari e un gran numero di celebrità cinesi, oltre che con la promozione dello Standard Internazionale Fur Free (che identifica le aziende moda che hanno ufficialmente rinunciato all’uso di pellicce animali) e con il Fur Free Fashion Show, il primo e unico evento moda senza pellicce che ha ottenuto ampia visibilità anche attraverso la televisione nazionale cinese.