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Acquacoltura al collasso: il clima presenta il conto di un modello crudele e non più perseguibile.

Durante la crisi idrica, l’Associazione Piscicoltori Italiani chiede un’insostenibile priorità di prelievo idrico per gli allevamenti ittici.

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Ultimo aggiornamento

venerdì 11 settembre 2026

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Presentato come un problema produttivo e sanitario è prima di tutto una questione di sofferenza animale.

Il riscaldamento delle acque e il conseguente fenomeno dell’anossia stanno devastando la molluschicoltura e l’acquacoltura marina. Gran parte degli allevamenti di vongole veraci è in sofferenza da mesi e si stima che sia andato perduto fino al 90% della produzione di cozze.

La crisi riguarda però anche l’acquacoltura d’acqua dolce, in particolare gli allevamenti di trote e storioni. L’aumento della temperatura delle vasche rallenta l’accrescimento dei pesci e costringe gli allevatori a ridurre la quantità di mangime somministrato per limitare l’insorgenza di problemi sanitari, con gravi ripercussioni sugli animali, ulteriori rispetto a quelle che già patiscono per l’allevamento in sé.

L’Associazione Piscicoltori Italiani continua a chiedere una maggiore tutela pubblica delle acque destinate agli allevamenti. Ma di fronte a una crisi di questa portata è necessario porsi una domanda più radicale: quanto gli allevamenti contribuiscono a inquinare le acque pubbliche e, soprattutto, quanto è ancora sostenibile un modello di acquacoltura fondato sull’allevamento di animali in un contesto caratterizzato da temperature sempre più elevate e da una crescente scarsità d’acqua?

Per quanto riguarda gli allevamenti ittici, il dramma più grande è quello degli animali. Già confinati, manipolati e sfruttati per massimizzare la produzione di quello che viene considerato un semplice “prodotto ittico”, i pesci vivono in condizioni di stress estremo, in acque troppo calde e prive di ossigeno. A differenza di quanto accadrebbe in natura, non possono allontanarsi e cercare correnti o zone d’acqua più fresche.

La situazione, infatti, peggiora ulteriormente nei periodi di caldo intenso e siccità. L’aumento della temperatura dell’acqua compromette le condizioni fisiologiche degli animali e può indebolirne il sistema immunitario, aumentando il rischio di malattie e mortalità. Quello che viene presentato come un problema produttivo e sanitario è dunque, prima di tutto, una questione di sofferenza animale.

Le perdite registrate sono anche il risultato dei limiti di un modello produttivo fondato sullo sfruttamento degli animali acquatici. Un sistema che, di fronte alla crisi climatica, mostra in modo sempre più evidente la propria fragilità e dipendenza dal sostegno economico pubblico.

In una situazione come quella vissuta quest’estate, destinata a diventare sempre più frequente con l’aumento delle temperature, e nel pieno di una crescente crisi idrica, la proposta dell’Associazione Piscicoltori Italiani è di riconoscere l’uso dell’acqua per l’allevamento dei pesci come prioritario, subito dopo quello potabile, così da garantire la sopravvivenza del comparto. Tale priorità di derivazione idrica stabilisce chi ha il diritto di prelevare l'acqua per primo e chi, invece, deve subire riduzioni o distacchi totali quando i fiumi, i canali o le falde sono in secca. Quindi se la proposta dell’associazione Piscicoltori Italiani venisse applicata in caso di scarsità d'acqua, l'acqua rimasta, dopo aver soddisfatto “i rubinetti delle case”, verrebbe data alle vasche degli allevamenti ittici, ancor prima di essere destinata ad agricoltura ed energia.

Alla base della richiesta dell’API c’è la tesi della tutela del "prelievo non consumativo": i piscicoltori fanno notare che nell’acquacoltura a terra l'acqua viene usata per far respirare i pesci e non consumata o evaporata come avviene nei campi. Tuttavia, quando i piscicoltori parlano di "prelievo non consumativo", si riferiscono puramente alla quantità dell’acqua, ma non menzionano l'aspetto della qualità. L'acqua restituita al fiume, infatti, non è identica a quella prelevata. Gli allevamenti ittici intensivi a terra rilasciano residui che impattano enormemente sull'ecosistema circostante:

  • Nutrienti ed eutrofizzazione: feci e mangime nonconsumato rilasciano azoto e fosforo, favorendo la crescita eccessiva delle alghe e la diminuzione dell’ossigeno nell’acqua.
  • Farmaci e sostanze chimiche: antibiotici e altri prodotti usati negli allevamenti possono finire nei fiumi, alterando gli ecosistemi e favorendo l’antibiotico-resistenza.
  • Solidi sospesi: residui organici e sedimenti aumentano la torbidità dell’acqua, riducendo la luce e modificando il fondale.

Anche le tecnologie di filtraggio non sono sufficienti ad azzerare completamente l'impatto ed hanno dei limiti.

In ogni caso, se un settore può continuare a esistere soltanto attraverso un accesso prioritario a una risorsa sempre più scarsa e attraverso costanti e ingenti finanziamenti pubblici, è legittimo interrogarsi sulla sua sostenibilità economica, ambientale ed etica ed è doveroso valutare alternative.

Abbiamo progressivamente semplificato e impoverito gli ecosistemi marini, così come abbiamo fatto sulla terraferma, dove l’agricoltura ha sostituito ecosistemi complessi con poche specie selezionate e allevate in funzione del profitto. Abbiamo alterato gli equilibri naturali e oggi, con il cambiamento climatico causato anche dal consumo di prodotti animali, molte delle pratiche produttive su cui abbiamo costruito il nostro sistema alimentare diventano sempre più costose, fragili e inefficaci, sotto la pressione di siccità prolungate, temperature estreme e precipitazioni sempre più intense.

La prima condizione per affrontare un problema è riconoscerne la causa. Se al progressivo depauperamento degli ecosistemi acquatici si risponde aumentando l’allevamento di animali acquatici, il rischio è di aggravare il problema invece di risolverlo. Le alternative esistono e oggi sono più urgenti che mai. Occorre ripensare il nostro sistema alimentare e promuovere modelli produttivi capaci di ridurre progressivamente ed eliminare lo sfruttamento degli animali, privilegiando produzioni di origine vegetale.

Il consumo di prodotti animali, infatti, contribuisce notevolmente al riscaldamento globale. Il sistema alimentare produce circa il 35% delle emissioni globali, e gli alimenti di origine animale rappresentano una parte importante di questo impatto.
In un contesto di crescente emergenza climatica e idrica, non è più sostenibile economicamente e dal punto di vista ambientale – non lo è mai stato eticamente - continuare ad autorizzare e finanziare impianti che richiedono grandi quantità di acqua e che trasformano esseri senzienti in semplici unità produttive.

La risposta più efficace e lungimirante consiste nel favorire una transizione verso un sistema alimentare basato prevalentemente su produzioni vegetali, capace di coniugare la tutela degli animali, la conservazione degli ecosistemi, l’uso responsabile delle risorse idriche e la salute pubblica.