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Macellazione cavalli, «Si salvano mangiandoli»: la nostra risposta

Rispondiamo alle affermazioni pubblicate da Meridionenews e
utilizzate per titolare un articolo del 22 febbraio.

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Ultimo aggiornamento

martedì 24 febbraio 2026

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La biodiversità non c’entra nulla con la produzione zootecnica

L’idea che la biodiversità equina possa essere preservata attraverso la macellazione è un esempio di come un concetto scientifico venga distorto per sostenere una pratica che con la conservazione non ha nulla a che fare. La biodiversità, in biologia, non è un elenco di razze domestiche né un archivio di forme animali create dall’uomo. È un fenomeno ecologico che riguarda la varietà genetica, la complessità degli ecosistemi, le relazioni tra organismi e ambiente.

L’idea che alcune linee equine selezionate dall’uomo debbano essere preservate attraverso la macellazione confonde la conservazione della biodiversità con il mantenimento di un prodotto zootecnico. Questi animali non sono specie selvatiche né componenti degli ecosistemi naturali: sono il risultato di scelte economiche e culturali, non di processi evolutivi spontanei. La loro eventuale scomparsa non rappresenta una perdita di biodiversità, ma la fine di un modello produttivo.

PIÙ ALLA LOGICA DEL SACRIFICIO CHE ALLA BIOLOGIA
L’argomento secondo cui “si salvano mangiandoli” appartiene più alla logica del sacrificio che alla biologia. La conservazione riguarda la protezione degli habitat, la riduzione delle pressioni antropiche, la tutela delle popolazioni selvatiche. Non riguarda la produzione di carne. Dire che una razza domestica rischia di scomparire se non viene allevata per essere uccisa significa confondere la sopravvivenza di un settore economico con la sopravvivenza di un’entità naturale. Sono piani diversi, e sovrapporli è un errore concettuale.

LA TRADIZIONE È CIÒ CHE È STATO NON CIÒ CHE È GIUSTO
Il ricorso alla tradizione gastronomica come argomento di legittimazione non aggiunge nulla alla discussione. La tradizione descrive ciò che è stato, non ciò che è giusto. Molte pratiche tradizionali sono state abbandonate proprio perché incompatibili con una società che evolve moralmente e scientificamente. Il folklore non è un criterio di valutazione biologica. Quando si parla di biodiversità, si parla di processi evolutivi, di adattamenti, di resilienza ecologica. Non di abitudini culinarie.

SOSTENIBILITÀ, MA DOVE?
L’idea che la carne equina possa essere definita “sostenibile” non regge a un’analisi biologica ed ecologica seria. Gli equidi sono animali con un metabolismo elevato, una crescita lenta e un fabbisogno spaziale ampio: trasformarli in “carne” significa investire grandi quantità di suolo, acqua, energia e foraggi per ottenere un rendimento minimo. Questo non dipende da una caratteristica dei cavalli, ma dal funzionamento stesso della zootecnia: ogni allevamento è un sistema energeticamente dissipativo, che converte risorse ad alta efficienza in prodotti a bassa efficienza, con una perdita inevitabile di energia a ogni passaggio della catena trofica.

La sostenibilità non è un’etichetta culturale, ma un concetto misurabile basato su cicli biogeochimici, impronte ecologiche e bilanci energetici.

Nessun indicatore serio mostra che allevare equidi per la carne abbia un impatto positivo sugli ecosistemi. Anzi, come ogni forma di allevamento, sottrae spazio vitale alle specie selvatiche, consuma risorse che potrebbero essere destinate direttamente all’alimentazione umana o alla rigenerazione degli habitat, e contribuisce alla pressione sugli ecosistemi già compromessi. Attribuire a un sistema intrinsecamente dissipativo una funzione conservazionistica significa capovolgere la logica ecologica: non è l’allevamento a proteggere la biodiversità, è la biodiversità che viene sacrificata per mantenere l’allevamento. 

L'ETICA NON È SENTIMENTALISMO
Infine, la delegittimazione dell’etica come “emotività” è un espediente retorico antico. L’etica non è un intralcio alla scienza: è ciò che impedisce alla scienza di essere usata per giustificare qualsiasi cosa. La distinzione tra ciò che è tecnicamente possibile e ciò che è moralmente accettabile è il fondamento stesso delle società che si definiscono civili. Ridurre la critica alla macellazione equina a sentimentalismo significa ignorare decenni di studi sulla cognizione animale, sulla loro capacità di soffrire, sulla loro complessità comportamentale. Significa ignorare che la scienza non è neutra: è sempre inscritta in un contesto culturale, economico, politico.

La biodiversità non è un argomento passe partout da tirare fuori quando serve a difendere una pratica in declino.  È semplicemente ridicolo abusare strumentalmente di questo concetto per giustificare il profitto di chi vuole continuare a sfruttare animali fatti riprodurre e selezionati dagli umani per i propri interessi, che con la conservazione non ha nulla a che fare

Nadia Zurlo - Responsabile Area Equidi LAV