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Arrestato il boss Messina Denaro. Fra i suoi crimini, anche lo sfruttamento di animali

I crimini di Messina Denaro sono conosciuti da tutti. Meno noti alcuni aspetti che riguardano lo sfruttamento di animali, costantemente monitorati dall’Osservatorio Zoomafia LAV.

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Ultimo aggiornamento

martedì 17 gennaio 2023 09:33

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Un bel giorno per tutti, senza confini di specie

Domenica abbiamo partecipato al trentennale della cattura di Totò Riina insieme ad Ultimo, celebrando un ricordo laico ma nel contempo mistico, insieme a decine di persone. Ieri la notizia a lungo attesa: Matteo Messina Denaro è stato arrestato. A 30 anni dallo storico arresto di “û Curtu”, si chiude un ciclo, ma la nefasta storia continua.
Gli affari e i crimini di Matteo Messina Denaro sono noti e in queste ore tutti ne parlano. Meno noti, però, sono alcuni aspetti che riguardano in modo diretto o indiretto lo sfruttamento di animali e attività connesse, costantemente monitorati dall’Osservatorio Nazionale Zoomafia LAV; inchieste nelle quali non compare direttamente il suo nome, ma la sua ombra si coglie perfettamente.

La più nota è sicuramente quella che riguarda il coinvolgimento di sodali del padrino arrestato nella gestione delle attività di raccolta delle scommesse che attirato l’attenzione della criminalità organizzata, nazionale e straniera, interessata a strumentalizzarne le potenzialità a fini di arricchimento e riciclaggio, anche con il ricorso ad articolati schemi societari con ramificazioni all’estero. Nel mese di giugno 2020, la DIA ha eseguito, a Castelvetrano (TP), un decreto di sequestro di beni nei confronti di un imprenditore, attivo nel settore dei giochi e delle scommesse, indiziato di appartenere a Cosa nostra. Secondo le indagini, l’espansione in Sicilia occidentale delle agenzie di scommesse e gioco illecito era strettamente collegata agli interessi del gruppo sodale di Matteo Messina Denaro.

Nell’ambito dell’operazione Caronte del novembre 2014, invece, emersero interessi mafiosi nei settori dei trasporti e del commercio delle carni nella grande distribuzione, come una catena di un noto Gruppo confiscata a un presunto prestanome del boss Matteo Messina Denaro, il quale, come emerso da altre inchieste, aveva grossi interessi nella grande distribuzione. Altre indagini, hanno riguardato la macellazione clandestina.

Neanche il commercio ittico è sfuggito alle grinfie dei sodali e favoreggiatori del boss di Castelvetrano. Attiva in questo senso una famiglia mafiosa palermitana, imparentata con Matteo Messina Denaro, che controllava una rete di commercializzazione del pesce su tutto il territorio nazionale.

Ovviamente, la lunga mano non poteva non estendersi su allevamenti e terreni. Infatti, in diverse occasioni, a sodali e persone vicine al boss, sono state sequestrate ditte di allevamento, terreni coltivati a vigneti e disponibilità finanziarie.

Una notizia passata come nota di colore che accompagnava un’indagine di mafia è quella che riguarda un presunto fiancheggiatore che, intercettato, asseriva di “essere pronto a farsi trent’anni di carcere per Matteo Messina Denaro”. Orbene, per questo figuro, dopo il sequestro di beni, è scattata una denuncia per reati ambientali e per maltrattamento di animali, stessa accusa per il suo prestanome. I Carabinieri, infatti, hanno accertato che presso l’azienda di commercio all’ingrosso di generi alimentari formalmente intestata al prestanome, vi erano gravi carenze igienico sanitarie e la presenza promiscua, anche all’interno dei locali, di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi, alcuni dei quali danneggiati a seguito di combustione, bovini, suini, cani, volatili e animali da cortile, alcuni dei quali deceduti o sottoposti a macellazione e generi alimentari in cattivo stato di conservazione. Ma anche il fedelissimo disposto a farsi trent’anni di galera è stato denunciato in quanto ritenuto responsabile del reato di maltrattamento di animali poiché avrebbe detenuto, all’interno della stessa area una quarantina di animali detenuti in spazi fatiscenti e in cattivo stato di nutrizione e privi di sistemi di marcaggio.

Le varie mafie si sono sempre caratterizzate come “movimento anti-ecologista”. Fin dalla loro nascita hanno avuto la pretesa di trasformare il territorio, di gestirlo secondo regole dannose e immorali, di controllare e governare ogni mutamento ambientale e sociale. Non è un caso che i business malavitosi hanno quasi tutti un forte “impatto ambientale” - si pensi al ciclo dei rifiuti, a quello del cemento o alla criminalità zoomafiosa -, manifestando un chiaro disprezzo per l’ambiente, gli uomini, gli animali. Controllare un territorio, modificarlo, trasformarlo equivale a dominare su persone, animali e cose che vi appartengono. Basta ciò per capire l’infame portata antiecologista dei sodalizi mafiosi.

Ciro Troiano

Criminologo e Responsabile Osservatorio Zoomafia LAV