Due esempi recenti: cacciatori come cecchini a Sarajevo, minorenni stimolati all’uso delle armi da caccia ad una fiera a Parma.
La Federazione Italiana degli Operatori dei
Dipartimenti e dei Servizi delle Dipendenze ha pubblicato nel 2021, nel suo
periodico trimestrale – Mission – un
interessante articolo dal significativo titolo "La caccia oggi è una dipendenza patologica?"
Partendo dall’analisi delle motivazioni che nel
remoto passato potevano giustificare la caccia, l’autore evidenzia le concrete e dirimenti differenze tra le motivazioni che spingevano un cacciatore del neolitico ad armarsi di punte di selce affilate e quelle che
sono alla base della caccia odierna, esercitata da persone dotate di ogni
accessorio hi-tech per uccidere quanti più animali possibile.
In entrambi i casi viene individuata una dipendenza che, per il cacciatore del passato, è definita fisiologica, perché andava a caccia “spinto dai sistemi emotivi di base, per scopi di grande valore biologico: procurare il cibo a sé e ai suoi” a differenza del cacciatore contemporaneo che ha sviluppato una dipendenza patologica, caratterizzata dall’andare “a caccia spinto dagli identici sistemi emotivi di base, ma il suo comportamento ha perso l’originario valore biologico di assicurare la sopravvivenza a sé ed alla sua specie”.
Ma l’analisi si spinge ancora più a fondo, individuando come i meccanismi psichici alla base del desiderio di cacciare siano di tipo primario, “che avvengono a un livello cerebrale arcaico, del tutto distinto dai fattori culturali che appartengono ai processi terziari, mediati dalla corteccia cerebrale”.
Ecco perché, nonostante i cacciatori si affannino nel cercare un paravento culturale che possa in qualche misura dare anche solo un minimo di dignità alla loro sanguinaria passione, “non è corretto parlare, per il desiderio di cacciare, di “cultura” o “tradizione" ,"tentativi di spiegazioni che sono razionalizzazioni di fenomeni molto più arcaici e profondi, alla base della caccia sia come dipendenza fisiologica dell’uomo neolitico, sia come dipendenza patologica oggi nelle società moderne”.
In definitiva, quella che emerge dall’articolo, è la figura di un cacciatore sostanzialmente “addicted”, di un dipendente patologico da un’attività che oggi non ha alcun senso di esistere.
“Chi ama le armi, potrà usarle come il sottoscritto ai poligoni di tiro – conclude l’autore - chi soffrisse per il bisogno insopprimibile (“craving”) di sparare ai selvatici, potrebbe usufruire, come per il gioco d’azzardo, di idonee terapie presso i Servizi pubblici per le dipendenze patologiche”.
Riteniamo che fosse già evidente anche agli occhi di un profano che
uccidere degli esseri senzienti per puro ed esclusivo divertimento non potesse che essere il frutto di una patologia. L'articolo qui analizzato riporta ora solide basi scientifiche per sostenere che in
Italia ci sono circa 300.000 persone le quali avrebbero bisogno di essere inserite in un percorso terapeutico, invece di essere corteggiate e vezzeggiate dalla politica alla spasmodica ricerca di consenso.
La caccia non è quindi solo morte e sofferenza per
milioni di animali, ma anche evidenza di un forte disagio sociale in chi la pratica.
Un allarme che non può più essere ignorato, rafforzato anche dal caso dalla recente Fiera delle armi svoltasi a Parma, dove sono state riportate numerose testimonianze di minorenni che imbracciavano armi da caccia, come se fosse una cosa del tutto tollerabile.
È perciò indispensabile e urgente che il Servizio Sanitario Nazionale riconosca la caccia come grave patologia e se ne faccia carico per assicurare le necessarie cure a coloro che ne sono affetti, distogliendoli dalla loro malata passione a tutto beneficio dell’ambiente, degli animali e dei cittadini uccisi dalle armi da caccia.