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Continua la campagna di disinformazione del Ministro Lollobrigida sulla carne coltivata

Carne coltivata come fanghiglia sintetica: un paragone mirato a generare un senso di repulsione antagonista del progresso e di soluzioni davvero sostenibili.

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Ultimo aggiornamento

mercoledì 10 maggio 2023

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Area food

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Creare disgusto per la carne coltivata non è la strada da percorrere

Il 5 maggio Reuters ha intervistato il Ministro Lollobrigida, il quale parlando di carne coltivata l’ha definita "fanghiglia sintetica che non potrà mai avere il sapore della carne o del pesce naturali. […] Rifiutiamo l'idea di standardizzare i prodotti... di renderli tutti uguali nei laboratori, cancellando la nostra cultura legata alla terra". 

Le parole del Ministro afferiscono tutte a una sfera di disgusto, di chimico nella peggiore delle accezioni e – forse – sono mirate a generare nei lettori lo stesso senso di repulsione che pare provare lui nel parlarne. 

Tuttavia, entrando in un allevamento italiano, come spesso la LAV ha fatto, ci si può rendere immediatamente conto che la “nostra cultura legata alla terra” e “non standardizzata” è già stata cancellata da tempo:

  • Galline dal becco amputato, pressate in gabbie troppo strette, in capannoni in cui la luce del sole non arriva mai, non hanno nulla di naturale e meno ancora hanno in comune con l’immaginario contadino che viene dipinto dalle parole del Ministro.  
  • Scrofe costrette in box di cemento e stare talmente strette da non consentire agli animali di girarsi, ingrassate con mangimi ricchi di antibiotici e OGM e private di ogni contatto sociale, pur essendo una delle loro necessità basilari.
  • Mucche sfruttate fino allo sfinimento per la produzione di latte e separate dai vitelli appena nati.  

Animali selezionati geneticamente, tutti uguali, nel nome della massima resa commerciale.

LE VERE FANGHIGLIE 

E cosa dire, invece, delle “fanghiglie” utilizzate per la produzione di prodotti quali salsicce, hamburger e altri derivanti dallo sfruttamento animale? 

È una realtà molto lontana dall’iconografia che troppo spesso ci viene proposta da media, produttori e politici, Lollobrigida in primis. 

La carne colturale/coltivata  – questo è il termine corretto – è un prodotto su cui non a caso stanno investendo alcuni stati Europei più all’avanguardia(Norvegia, Germania, Spagna, Francia e Svizzera), gli Stati Uniti, Singapore e Israele. Una nuova modalità di produrre carne con un minimo impatto ambientale e quasi azzerando ogni forma di sfruttamento e sofferenza animale. 

I ricercatori che se ne occupano la chiamano anche “clean meat ”, ovvero carne pulita, perché il procedimento potrebbe permettere di evitare completamente l’uso di antibiotici, il rischio di zoonosi sarebbe infinitesimale e non includerebbe nessun tipo di violenza sugli animali.

È appunto un processo pulito, di cui LAV ha parlato nell’ambito del Festival della Sostenibilità ASviS, per fugare ogni dubbio circa la produzione di cultured meat e la sua effettiva sicurezza. 

Durante l’evento Stefano Biressi, ricercatore dell’Università di Trento, ha spiegato il procedimento per nulla sintetico attraverso cui è possibile produrre carne coltivata:

La carne colturale consiste nel prelevare tramite biopsia da un animale – ad esempio un maiale o un bovino– alcune cellule, senza la necessità di “sacrificare” l’animale, tanto che in alcuni casi la biopsia può essere anche un semplice prelievo di sangue. Dal materiale ottenuto dalla biopsia si isolano le cellule staminali e si va a ricreare, in situazioni controllate, le condizioni di crescita che fisiologicamente le cellule avrebbero all’interno del corpo dell’animale. Una volta ottenuto il quantitativo adeguato di cellule, esse sono lasciate maturare perché possano svilupparsi in cellule muscolari, tessuto adiposo, tessuto connettivo. I processi mediante i quali si organizza la maturazione delle cellule impiegano l’uso di scaffold ossia delle spugne che sorbiscono le cellule in fase di maturazione, coadiuvandone la maturazione. Stefano Biressi , Ricercatore

Il Dottor Biressi ha inoltre puntualizzato che i bioreattori, tanto demonizzati dal discorso comune, non sono altro che normali stabilimenti produttivi, che nulla hanno di spaventosfantascientifico: “I bioreattori sono degli stabilimenti che possono essere paragonati, come struttura, a quelli mirati alla produzione della birra. Non c’è nulla di così artificioso.

ALLEVAMENTI SOSTENIBILI? NO DAVVERO

Sempre nell’intervista a Reutersil Ministro Lollobrigida dichiara che l’allevamento di animali destinati alla produzione di carne in Italia è sostenibile, rifiutando che l’impatto della zootecnica venga assimilato alle emissioni delle industrie, tema oggetto, peraltro, di discussione in merito allIndustrial Emissions Directive europea. 

Il concetto che l’allevamento – e il conseguente sfruttamento – degli animali sia un settore a basso impatto ambientale è  profondamente errato. La fattoria a basse emissioni, in cui gli animali sono liberi di pascolare e le cui deiezioni concimano il terreno invece di emettere grandi quantità di metano perché troppe per degradarsi naturalmente non è la realtà dell’Italia.  

In Italia oltre il 93% dei bovini allevati è confinato in allevamenti intensivi e la produzione ed il consumo di carne genera ogni anno oltre 2,7 milioni di tonnellate di CO2eq (Carissima Carne).  

Come già approfondito in precedenza, la  carne da agricoltura cellulare:

  • non solo permetterebbe di risparmiare enormi quantità di emissioni clima alteranti, risorse naturali e sofferenze inutili,
  • ma permetterebbe anche all’Italia di innescare la tanto necessaria quanto inevitabile transizione alimentare, mantenendo alta la reputazione del cibo italiano, che non può rimanere arroccato su modelli insostenibili e inaccettabili di sfruttamento 

Stefano Conti, ricercatore anch’egli dell’Università di Trento e collega del Dr. Biressi, in ambito di carne colturale ha infatti specificato che:

Il report della FAO, che ha valutato gli aspetti di scurezza alimentare dei prodotti cell-based, conclude che è importante generare delle linee guida condivise dai vari paesi dell’Unione Europea perché si possa avere la certezza di produrre alimenti sicuri, ma allo stesso tempo un prodotto di questo genere non pone particolari problematiche di sicurezza, è anzi analogo ai prodotti tradizionali già in commercio e per certi versi anche più sicuro. Stefano Conti,  Rcercatore

La ricerca sulla carne coltivata può inoltre essere una tessera fondamentale per permettere alla nostra Nazione di innovare il proprio settore Agri-food, creando nuove prospettive economiche e di sviluppo a favore di tutta la popolazione.  

Il diniego del Ministro Lollobrigida nei confronti degli alimenti da agricoltura colturale e i suoi sforzi per provare a bandirli in Italia sono inutili, antagonisti del progresso e pericolosi per il benessere economico, ambientale e fisico di tutti.