Occhio al sacchetto! Come riconoscere gli shopper illegali

L’inquinamento da plastica è uno dei grandi problemi ambientali che affligge il nostro pianeta, deturpando i mari, soffocando la fauna ittica e contaminando il suolo.

Un danno ingente, su più fronti, che può essere contrastato solo attraverso l’adozione di soluzioni alternative.

Per questo motivo sono state approvate alcune leggi che vietano la commercializzazione di prodotti in plastica monouso, tra cui i sacchetti per la spesa. Gli shopper monouso da asporto, per essere conformi alla normativa vigente, devono infatti essere biodegradabili e compostabili – come i sacchetti in Mater-Bi – secondo lo standard UNI EN 13432 del 2002, e devono avere, impressi e ben visibili, i marchi di certificazione: contrassegni di enti certificatori che ne attestano la qualità e la regolarità.

Pur essendoci dunque indicazioni chiare sulle caratteristiche che una busta deve avere per essere biodegradabile e compostabile, il 30% dei sacchetti in circolazione nel nostro Paese è fuori norma: circa 23.000 tonnellate, per un valore complessivo di 200 milioni di euro.

La stima è stata effettuata dall’Osservatorio di Assobioplastiche e tali dati sono stati inseriti nel rapporto Ecomafia 2020. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia: un importante documento realizzato da Legambiente, con il sostegno di Novamont.

Per la salute della Terra e di chi la abita è dunque fondamentale verificare, al momento dell’acquisto, che i sacchetti monouso riportino la scritta “biodegradabile e compostabile”, il riferimento alla norma UNI EN 13432 e i sopraccitati marchi di certificazione, al fine di contrastare il racket degli shopper illegali e di comprare un prodotto di comprovata qualità, riutilizzabile per la raccolta della frazione organica.