La sentenza sul caso di Acerra impone una riflessione: fermarsi all'aggressione significa ignorarne le cause.
La sentenza con cui il Tribunale di Nola ha condannato il padre della bambina uccisa ad Acerra per omicidio colposo riporta al centro del dibattito il tema della responsabilità nella detenzione dei cani. Nessuno mette in discussione che il decesso sia stato causato dall'aggressione del cane. La vera domanda, però, è un'altra: perché quel cane è arrivato ad aggredire?
La morte di una bambina rappresenta una tragedia immane, che impone innanzitutto rispetto per la vittima e per il dolore dei suoi familiari. Proprio per questo, è fondamentale che vicende come questa non vengano lette in modo semplicistico.
Affermare che la causa della morte sia stata l'aggressione del cane è un dato materiale, ma non spiega perché quell'aggressione sia avvenuta. Nessun cane manifesta comportamenti aggressivi gravi dal nulla, in modo imprevedibile o immotivato. L'aggressività è sempre il risultato dell'interazione tra molteplici fattori: la gestione dell'animale, il contesto, le esperienze pregresse, le condizioni di salute, lo stato emotivo, le capacità del detentore di leggere i segnali di comunicazione del cane e di prevenire situazioni di rischio.
Per questo motivo preoccupa ogni interpretazione che finisca, anche indirettamente, per spostare l'attenzione dal ruolo del proprietario o detentore del cane al cane stesso. Un'impostazione di questo tipo rischia di deresponsabilizzare chi ha il dovere giuridico ed etico di garantire una gestione adeguata dell'animale e la sicurezza delle persone.
Chi sceglie di vivere con un cane assume una responsabilità che non si esaurisce nel fornirgli cibo e riparo. Significa conoscerne l'etologia, comprenderne il linguaggio, riconoscere i segnali di disagio, evitare situazioni potenzialmente pericolose e, quando necessario, rivolgersi a professionisti qualificati. La prevenzione passa dalla cultura cinofila e dalla responsabilità umana, non dalla ricerca di un colpevole a quattro zampe.
È proprio questa la direzione indicata dalla letteratura scientifica internazionale: gli episodi di aggressione grave non si prevengono individuando presunte "razze pericolose", ma promuovendo la formazione dei proprietari, la valutazione del singolo cane e una gestione responsabile. Ogni volta che il dibattito pubblico dimentica questo principio, si rischia di alimentare l'idea che il problema risieda nel cane e non nelle condizioni che hanno reso possibile l'evento.
Sentenze e messaggi pubblici dovrebbero quindi contribuire a rafforzare, non ad attenuare, il principio della responsabilità di chi detiene un animale. Perché la sicurezza delle persone e il benessere dei cani passano dalla stessa strada: umani consapevoli, competenti e pienamente responsabili delle proprie scelte.
Photo credit: Waldryano