Dipendenza da droghe e sperimentazione animale: connubio folle e inattendibile

L’uso di animali per investigare i meccanismi di dipendenza da droghe è tra i campi più folli della sperimentazione animale. Nonostante la legge italiana vedrà a breve l’entrata in vigore del divieto di cavie per testare le sostanze d’abuso, c’è chi non perde occasione per ipotizzarne l’utilità.

E’quanto si verifica nell’articolo apparso sul Corriere della Sera di ieri (3 settembre 2014) in cui Giuseppe Remuzzi, noto sostenitore del modello animale dell’Istituto di Ricerca Mario Negri, sostiene che l’uso di droghe leggere “sembrerebbe” facilitare il passaggio a droghe pesanti. Persino lui usa cautamente il condizionale e, in secondo luogo, ci si chiede: come si fa a dimostrare l’attrazione verso droghe più forti in un topo da laboratorio che, privo di ogni arricchimento ambientale, libertà e scelta, viene indotto a testare ciò che gli viene sottoposto? E’ possibile che un animale così diverso da noi che mai in natura si drogherebbe e che passa tutta la sua vita in una scatola, possa essere un buon modello sperimentale per le dipendenze che hanno origine psicologica complessa, dovuta a fattori ambientali, influenze sociali e meccanismi individuali tipicamente umani?

Come si può ridurre il meccanismo della dipendenza e le complicate interazioni delle droghe a un banale e fuorviante esperimento sui livelli di dopamina su un topo in un vicolo cieco?

Davvero difficile rispondere a queste domande per giustificare una falsa scienza, soprattutto in un’area di ricerca in cui sono ampiamente disponibili dati su umani; non sarà per caso che queste affermazioni preparano il campo al non rispetto del divieto previsto per legge dal 2017? Speriamo di sbagliarci e che l’impegno verso i metodi alternativi si consolidi, invece che essere boicottato.

Michela Kuan - Responsabile LAV Settore Vivisezione