Chiediamo un G20 meat-free: contrasto ai cambiamenti climatici passa per le scelte alimentari

Il 30 e il 31 ottobre sotto la guida del Presidente del Consiglio Mario Draghi, si concentreranno i momenti cruciali del G20, il vertice dei Capi di Stato e di Governo dei Paesi delle principali economie mondiali, e proprio il Premier Draghi ha affermato che i Parlamenti sono al centro del dibattito che deve dare una risposta globale ai cambiamenti climatici. Tra le loro prerogative c’è quella di recepire nella legislazione nazionale gli accordi internazionali raggiunti, affinché sia assicurata una giusta ed efficace distribuzione dei fondi a sostegno delle politiche sul clima, e sia garantita un’attenta vigilanza su ciò che i Governi faranno – o non faranno – per affrontare la crisi climatica

L'evidenza scientifica è chiara: se si vogliono mettere in atto azioni di contrasto al cambiamento climatico non si può prescindere dal pieno riconoscimento dell’impatto che la produzione ed il consumo di cibo hanno sul clima. Il sistema agroalimentare è infatti responsabile di circa un quarto delle emissioni di CO2 a livello globale, come indicato da organismi internazionali, e il 70% di queste emissioni dipende dalla zootecnia: una verità scomoda che, in quanto tale, viene perlopiù ignorata o, peggio, distorta.

È denuncia della scorsa settimana che gli scienziati del Rapporto IPCC hanno ricevuto pressioni da parte di Paesi dove le lobby dell’agri-food sono molto potenti, come Brasile e Argentina, e i cui profitti derivanti dall’allevamento e dall’esportazione di carne verrebbero drasticamente ridotti se si andasse verso un massiccio incremento dei consumi di alimenti vegetali.

Gli impatti dell'allevamento

Il sistema attuale di produzione e consumo di cibo si trova al centro di un’altra emergenza, quella sanitaria: la pandemia da cui ancora non siamo usciti ha esposto la fragilità del nostro sistema basato sullo sfruttamento di esseri viventi. Per rispondere alla domanda di carni ed altri prodotti derivati, gli animali sono stati selezionati geneticamente senza alcun rispetto per la loro etologia, unicamente per favorire un accrescimento innaturale, con conseguenze disastrose sulla loro capacità immunitaria. Animali che vengono inoltre privati di ogni possibilità di condurre una vita in linea con le proprie esigenze, confinati in spazi sempre più ristretti e sovraffollati, e per questo motivo facili vittime di agenti patogeni che proliferano senza difficoltà, e che possono passare all’uomo. Secondo le stime, circa il 60% di tutte le malattie infettive nell'uomo ha origine dagli animali, percentuale che passa al 75% nel caso delle malattie infettive emergenti. Sono recenti le notizie di nuovi focolai di aviaria in tutta Europa, Italia inclusa, negli allevamenti di polli e tacchini. A questo quadro, si aggiunge l’emergenza dell’antibiotico-resistenza, che in Italia ha un’incidenza maggiore rispetto a tutto il resto d’Europa, conseguenza inevitabile delle condizioni di non-vita degli animali sfruttati a scopi alimentari e dell’abuso di farmaci antibiotici a scopi preventivi. 

La ricerca #CarissimaCarne

La ricerca commissionata da LAV sui ‘costi’ nascosti della carne si pone l’obiettivo di quantificare l’impatto sul clima, sull’ambiente e sulla salute, del ciclo di produzione della carne in Italia, legandolo ai consumi ed attribuendogli un valore economico. I risultati evidenziano come 100 grammi di carne abbiano un potenziale di riscaldamento globale tra le 10 e le 50 volte quello dei legumi. Il gap tra carni e legumi aumenta quando il confronto è in termini di proteine prodotte per 100 g di proteine, la carne di bovino genera 55 volte l’impatto dei piselli e 75 quello della soia. 

Sommando i danni climatici, ambientali e sanitari, il consumo di 1kg di carne equivale a costi per la collettività di circa 5 euro per la carne di pollo, 10 euro per la carne di maiale, 19 euro per i salumi (carne di maiale lavorata) e 19 euro per la carne di bovino. La produzione di 1 kg di legumi corrisponde a circa 50 centesimi di euro. In altre parole, 1 kg di carne di pollo o di maiale ha costi per la società che sono 8 volte più alti rispetto alla stessa quantità di legumi, 23 volte maggiori se si considera 1 kg di carne di bovino. Tenendo conto dei costi calcolati, l’impatto del consumo di carne annuo in Italia si traduce in un costo intorno ai 36,6 miliardi di euro che grava sulla collettività (https://www.lav.it/news/carissimacarne-impatto-nascosto-consumo-carne). 

G20: le richieste LAV

LAV chiede che il G20 dia un segnale forte e immediato verso la soluzione, attuando misure che riconoscano l’enorme impatto del consumo di carne sul surriscaldamento e prevedendo azioni a vantaggio di una transizione alimentare, con la progressiva rimozione dei finanziamenti pubblici alla zootecnia e con interventi a sostegno della produzione di proteine 100% vegetali.  

Viste le premesse, ormai note e sempre più pressanti, riteniamo che i Capi di Governo e i Ministri riuniti nel G20, in virtù del ruolo che rivestono, debbano agire con lungimiranza e dare l’esempio mostrando l’importanza delle scelte alimentari per il raggiungimento di una vera sostenibilità. Solo incentivando un’alimentazione 100% vegetale sarà possibile mettere un freno alle grandi emergenze del nostro tempo e porre le basi per una ripresa economica duratura. Ogni volta che una persona decide di non mangiare 100 grammi di carne bovina, per esempio, risparmia l’emissione di 3,26 kg CO2 eq. Considerando le centinaia di partecipanti – tra delegati e staff – il risparmio di un G20 meat-free sarebbe stato considerevole, senza contare il risparmio assoluto ed enorme che comporterebbe una scelta 100% vegetale.

Il dato

In un anno, le emissioni associate al ciclo di vita della sola carne bovina consumata in Italia equivalgono a 18. 341.46 kilotonellate di CO2 eq. (oltre 18 milioni di tonnellate), per un costo nascosto annuale di oltre un miliardo di euro. Si tratta di una quantità di gas climalteranti equivalente a quella emessa dalle più grandi e inquinanti centrali a carbone in Europa. In totale, le emissioni di CO2 eq. associate alla carne corrispondono a circa 40 milioni di tonnellate l’anno.