Intorno ai ghiri, 'Ndrangheta e tradizione

Il povero ghiro sulla bocca di tutti. Anzi, in questo caso nella bocca di malavitosi. È di questi giorni la notizia del ritrovamento, nel corso di un’operazione dei carabinieri a Delianuova, nel Reggino, insieme a una coltivazione di marijuana di circa 730 piante, di diversi ghiri vivi in gabbia e altri 235 surgelati in freezer.

I Carabinieri hanno arrestato tre persone per produzione di sostanze stupefacenti e uccisione e cattura di specie animali protette, dopo le ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dall’Autorità Giudiziaria.

I precendenti

Non è certo la prima volta che emergono connessioni tra caccia di ghiri e criminalità, come dimostrano alcune inchieste. Nel mese di aprile 2016 in provincia di Reggio Calabria, i Carabinieri, nel corso di un’operazione contro le ‘Ndrine, su ordine delle Procure della Repubblica presso i Tribunali di Locri e Palmi, trassero in arresto, 27 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di traffico di armi ed ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti del tipo cocaina, eroina e marijuana, ricettazione, detenzione e porto abusivo di armi, furto venatorio e caccia di frodo. Tali soggetti erano dediti anche al bracconaggio con mezzi e armi illegali a danno di cinghiali e in particolare ghiri, che cacciavano abusivamente nel Parco dell’Aspromonte. 300 i ghiri trovati uccisi.

LA "TRADIZIONE", TRA 'NDRANGHETA E FOLKLORE
 

Le pietanze a base di ghiri rientrerebbero tra le portate delle “mangiate ‘ndranghetiste”, consumate nel corso di summit, di riunioni o di incontri di chiarimenti. Secondo alcune testimonianze, pare che gli ‘ndranghetisti che annualmente si riunivano al Santuario della Madonna di Polsi utilizzassero il ghiro in “piatti di pacificazione”, quando c’era da mettere pace tra le famiglie in contrasto. È quanto emerso nel corso dell’operazione “Solare” della Dda di Reggio Calabria, che ha portato nel mese di settembre 2008 all’arresto di duecento trafficanti internazionali di droga in Italia e all’estero. Le intercettazioni dei Ros hanno svelato che le famiglie mafiose della Locride, quando avevano la necessità di un incontro pacificatore, ricorrevano a pranzi in montagna a base di ghiri uccisi illegalmente. In altra storia, è capitato anche che ad un detenuto in carcere i familiari non abbiano fatto mancare la sua pietanza preferita: ghiri in salsa di pomodorini...

Sarebbe un errore ritenere che il ghiro venga braccato per diventare una pietanza solo in Calabria: ahinoi, la diffusione di questo piatto supera i confini regionali.

Altro errore sarebbe quello di considerare affiliati alle cosche calabre tutti coloro che mangiano tali animali. La triste e illegale tradizione di cacciare, catturare e allevare ghiri a scopo alimentare ha origini antiche ed è indipendente dal fenomeno malavitoso; le mafie, si sa, sono brave ad insinuarsi in riti e folklori locali per appropriarsene e restituirli all’insegna del loro dominio. Chi domina usi, condotte sociali e abitudini di un territorio, domina l’intera comunità.

Ciro Troiano
Criminologo, Responsabile Osservatorio Zoomafia LAV