Quello zootecnico è un sistema di produzione che sta cercando di ripulirsi l’immagine ma rimane quello che è: una macchina di morte e violenza.
Gli anni passano ma la storia rimane la stessa. Dopo le grandi crisi della PSA che aveva colpito gli allevamenti suinicoli nel 2023 e 2023, preoccuparsi e non riconoscere che la necessità più impellente è quella di superare il modello zootecnico è semplicemente inutile e ipocrita.
Il problema della Peste suina africana e delle altre malattie che stanno duramente colpendo gli allevamenti e gli animali in essi confinati sono lo specchio della malattia di un sistema che fa acqua da tutte le parti.
Lo ricorda lo stesso Commissario straordinario alla PSA e direttore della sanità animale al Ministero della Salute di ritorno da un incontro alla WOAH, l’Organizzazione internazionale per la salute animale, che ha ribadito l’importanza del fattore umano nella diffusione di patologie come la Peste suina africana per cui, ricordiamolo, l’unica misura di “gestione” prevista è l’uccisione sistematica degli animali, e che ha anche menzionato il cambiamento climatico come fattore di rischio predisponente per la maggiore diffusione di patogeni.
In modo curioso, quello stesso cambiamento climatico cui la zootecnia contribuisce massicciamente. Un circolo vizioso di rischi al rialzo, in cui le vittime indiscusse sono gli animali uccisi.
Da un lato i cinghiali, visti come untori e vittime inconsapevoli due volte della mano umana, cacciati e uccisi brutalmente per quella che in modo strumentale viene definita prevenzione sanitaria, e dall’altro i maiali rinchiusi negli allevamenti per una vita di miserie che finisce in modo violento al macello, che non hanno diritto ad alcun tentativo di cura in caso di PSA, poiché l’unica risposta prevista è l’eradicazione”. Cioè la loro uccisione con metodi cruenti e dolorosi.
Le misure di biosicurezza, la gestione sanitaria, il famoso fattore umano da governare (per evitare contagi attraverso carni, indumenti, passaggi dell’uomo che porta dentro e fuori dagli allevamenti i patogeni) sono punti tecnicamente validi.
Quello che clamorosamente manca da sempre nel discorso è il riconoscimento che stiamo parlando di palliativi: il sistema zootecnico si basa sulla necessità di produrre e di farlo a basso costo. Un po’ come tutti i settori produttivi: le aziende per stare in piedi devono sostenersi e quindi rientrare dei costi e possibilmente averne dei ricavi per proseguire l’attività.
Nel caso della zootecnia, il fattore costi è strettamente collegato alle condizioni degli animali e a quanto viene dedicato alla loro cura e gestione adeguata. Questo risulta in gestione sanitaria funzionale alla produzione, non al singolo.
Quindi la riproduzione, la fertilità, le profilassi sanitarie che impediscano la diffusione di malattie (quando possono) che si tradurrebbero in perdite economiche per l’allevamento (che in soldoni sono uccisioni o morti).
Ciò è vero per diverse ragioni strutturali: i numeri enormi di animali coinvolti, le prassi zootecniche consolidate funzionali a logiche produttive e non di tutela degli animali, assenza di possibilità effettiva di garantire cure agli animali allevati per i costi di cui sopra e per l’assenza di conoscenza scientifica adeguata a trattare patologie e condizioni che non sono di interesse dell’industria. I maiali sono macellati in media a sei mesi. In questa logica, un maiale di un anno e mezzo è già considerato vecchio e le cure per animali che invecchiano sono quasi un miraggio.
Quello zootecnico è un sistema di produzione che sta cercando di ripulirsi l’immagine ma rimane quello che è: una macchina di morte e violenza, a cui la narrazione delle pubblicità e gli slogan roboanti di sostenibilità e cura degli animali cerca di dare una veste di accettabilità. Che però non esiste.