Necessario invece riconoscere gli animali come individui con bisogni propri.
Oggi 8 aprile l’ENCI presenterà al Parlamento europeo il cosiddetto “modello italiano” come soluzione per il benessere e la tracciabilità di cani e gatti.
L’iniziativa è ospitata dall’eurodeputata Isabella Tovaglieri (Lega), già al centro di polemiche per le posizioni emerse nel documentario “Food for Profit”, dove, interpellata su possibili emendamenti favorevoli a pratiche estreme negli allevamenti (come, ad esempio, la creazione di un maiale a sei zampe), si è detta disponibile a sostenerli se condivisi, evidenziando un approccio fortemente orientato agli interessi del settore.
Le disposizioni richiamate nel dibattito, come tracciabilità, contrasto al traffico illegale, standard minimi per detenzione e commercio, non sono in sé riconducibili all’ENCI, ma fanno parte del quadro delineato dalla proposta di regolamento europeo sul benessere e la tracciabilità di cani e gatti, attualmente in discussione e prevista al voto il 28 aprile a Strasburgo.
Si tratta di misure che, considerate singolarmente, vanno nella direzione di rafforzare la tutela degli animali e di contrastare fenomeni gravi come il traffico illecito di cuccioli. In Italia, peraltro, esistono già strumenti normativi avanzati: la legge quadro sul randagismo (Legge n. 281/1991) promuove il controllo della popolazione animale, vieta la soppressione e incentiva le adozioni dai rifugi, mentre il traffico illecito di cuccioli è già perseguito penalmente (Legge n. 201/2010, art. 4).
Il punto critico, quindi, non è nelle singole misure, ma nell’uso che ne viene fatto. È in questo contesto che si inserisce la posizione dell’ENCI, che utilizza questi strumenti per sostenere una precisa operazione culturale e politica: presentare l’allevamento come garanzia di benessere animale, anziché metterne in discussione le basi.
L’ENCI propone un’equivalenza fuorviante: allevamento certificato significa benessere animale. Ma anche quando regolato, l’allevamento resta produzione selettiva di animali in funzione di interessi umani, estetici, funzionali o commerciali, non dei loro bisogni. La cosiddetta “selezione etica” non supera il problema delle razze e delle patologie genetiche: lo rende solo più accettabile, senza affrontarne le cause. Così il dibattito viene spostato: dalla riduzione della produzione e del commercio di animali alla loro regolazione. Il risultato è mettere in secondo piano adozione, prevenzione del randagismo e politiche pubbliche strutturali.
Il “modello italiano” descritto da ENCI non esiste. Se esiste un modello italiano, è fatto di due elementi diversi:
– una delle legislazioni più avanzate in Europa sulla tutela degli animali (il cui limite è l’applicazione disomogenea, non l’assenza di norme);
– un’evoluzione culturale che ha progressivamente superato approcci basati su controllo e coercizione, orientandosi verso una relazione fondata sul riconoscimento dell’animale come individuo (approccio cognitivo zooantropologico).
In questo quadro, l’ENCI rappresenta piuttosto una posizione conservativa, ancora centrata su performance e controllo. Il modello proposto non è neutro: riflette interessi specifici e si basa su un’etica che riduce il cane a oggetto selezionabile e riproducibile. Una reale tutela del benessere animale richiede invece un cambio di paradigma: superare il mercato dei cuccioli e riconoscere gli animali come individui con bisogni propri.
Le misure di tracciabilità e contrasto al traffico illegale sono necessarie. Ma non possono essere usate per legittimare un sistema che continua a produrre animali come beni di consumo.
In vista del voto europeo del 28 aprile, è fondamentale quindi evitare una falsa alternativa tra allevamento certificato e illegalità. Esistono altre strade, realmente coerenti con il rispetto degli animali: