Home | Notizie | Altro che “modello italiano”: la proposta ENCI legittima il mercato dei cuccioli, non il benessere animale

Altro che “modello italiano”: la proposta ENCI legittima il mercato dei cuccioli, non il benessere animale

Necessario invece riconoscere gli animali come individui con bisogni propri.

Leggi l'articolo

Ultimo aggiornamento

mercoledì 08 aprile 2026

Topic


Condividi

Il “modello italiano” descritto da ENCI non esiste

Oggi 8 aprile l’ENCI presenterà al Parlamento europeo il cosiddetto “modello italiano” come soluzione per il benessere e la tracciabilità di cani e gatti.

L’iniziativa è ospitata dall’eurodeputata Isabella Tovaglieri (Lega), già al centro di polemiche per le posizioni emerse nel documentario “Food for Profit”, dove, interpellata su possibili emendamenti favorevoli a pratiche estreme negli allevamenti (come, ad esempio, la creazione di un maiale a sei zampe), si è detta disponibile a sostenerli se condivisi, evidenziando un approccio fortemente orientato agli interessi del settore.

Le disposizioni richiamate nel dibattito, come tracciabilità, contrasto al traffico illegale, standard minimi per detenzione e commercio, non sono in sé riconducibili all’ENCI, ma fanno parte del quadro delineato dalla proposta di regolamento europeo sul benessere e la tracciabilità di cani e gatti, attualmente in discussione e prevista al voto il 28 aprile a Strasburgo.

Si tratta di misure che, considerate singolarmente, vanno nella direzione di rafforzare la tutela degli animali e di contrastare fenomeni gravi come il traffico illecito di cuccioli. In Italia, peraltro, esistono già strumenti normativi avanzati: la legge quadro sul randagismo (Legge n. 281/1991) promuove il controllo della popolazione animale, vieta la soppressione e incentiva le adozioni dai rifugi, mentre il traffico illecito di cuccioli è già perseguito penalmente (Legge n. 201/2010, art. 4).

Il punto critico, quindi, non è nelle singole misure, ma nell’uso che ne viene fatto. È in questo contesto che si inserisce la posizione dell’ENCI, che utilizza questi strumenti per sostenere una precisa operazione culturale e politicapresentare l’allevamento come garanzia di benessere animale, anziché metterne in discussione le basi.

L’ENCI propone un’equivalenza fuorviante: allevamento certificato significa benessere animale. Ma anche quando regolato, l’allevamento resta produzione selettiva di animali in funzione di interessi umani, estetici, funzionali o commerciali, non dei loro bisogni. La cosiddetta “selezione etica” non supera il problema delle razze e delle patologie genetiche: lo rende solo più accettabile, senza affrontarne le cause. Così il dibattito viene spostato: dalla riduzione della produzione e del commercio di animali alla loro regolazione. Il risultato è mettere in secondo piano adozione, prevenzione del randagismo e politiche pubbliche strutturali.

Il “modello italiano” descritto da ENCI non esiste. Se esiste un modello italiano, è fatto di due elementi diversi:

– una delle legislazioni più avanzate in Europa sulla tutela degli animali (il cui limite è l’applicazione disomogenea, non l’assenza di norme);

– un’evoluzione culturale che ha progressivamente superato approcci basati su controllo e coercizione, orientandosi verso una relazione fondata sul riconoscimento dell’animale come individuo (approccio cognitivo zooantropologico).

In questo quadro, l’ENCI rappresenta piuttosto una posizione conservativa, ancora centrata su performance e controllo. Il modello proposto non è neutro: riflette interessi specifici e si basa su un’etica che riduce il cane a oggetto selezionabile e riproducibile. Una reale tutela del benessere animale richiede invece un cambio di paradigma: superare il mercato dei cuccioli e riconoscere gli animali come individui con bisogni propri.

Le misure di tracciabilità e contrasto al traffico illegale sono necessarie.  Ma non possono essere usate per legittimare un sistema che continua a produrre animali come beni di consumo.

In vista del voto europeo del 28 aprile, è fondamentale quindi evitare una falsa alternativa tra allevamento certificato e illegalità. Esistono altre strade, realmente coerenti con il rispetto degli animali:

  • Rafforzare tracciabilità e controlli senza legittimare l’allevamento come soluzione al benessere animale;
  • Contrastare il traffico illegale senza incentivare la domanda di animali di razza;
  • Investire in politiche pubbliche di prevenzione del randagismo e supporto alle famiglie;
  • Promuovere l’adozione e il riconoscimento degli animali come individui, non come prodotti;
  • Integrare il benessere animale nelle politiche sociali e sanitarie, non nel mercato.