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Covid-19, nuovo Rapporto avverte: rischi sempre maggiori dalla zootecnia

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Ultimo aggiornamento

giovedì 11 giugno 2020

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Da un recentissimo rapporto, dall’illuminante titolo "An Industry Infected - Animal agriculture in a post-COVID world” - redatto da FAIRR, il network di investitori e istituzioni che collaborano per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle problematiche connesse agli allevamenti intensivi – emerge l’allarme: le prossime pandemie proverranno dal sistema zootecnico.   

Nell’introduzione alla ricerca, Jeremy Coller, fondatore e CEO di FAIRR, infatti, spiega come oltre il 70% delle maggiori imprese che operano nel settore della carne, dei latticini e del pesce, risultino ad elevato rischio di favorire pandemie. Gli allevamenti sono, afferma Coller, allo stesso tempo soggetti vulnerabili  e potenziali creatori e diffusori di gravi emergenze sanitarie, e se il COVID-19 non ha avuto origine da un allevamento, il prossimo potrebbe averla. 

Per arrestare questa tendenza l’intero settore zootecnico sarà costretto ad affrontare e risolvere le importanti questioni connesse ai bassi standard di sicurezza - per i lavoratori e per gli alimenti - alla situazione di ‘ammassamento’ e costrizione degli animali, e all’impiego esagerato di antibiotici. La catena produttiva, già in crisi dalle limitazioni sull’utilizzo di terreno, di risorse idriche e dalle norme sulle emissioni, dovrà farei i conti con i probabili nuovi e dispendiosi protocolli di biosicurezza e di gestione dell’antibiotico resistenza. 

Problematiche che rendono evidenti anche i rischi per gli investitori: a questo proposito  FAIRR ha stilato una Pandemic Ranking (classifica dei rischi pandemici) basata sul Coller FAIRR Protein Producer Index 2019 e sui fattori di rischio più rilevanti per il comparto zootecnico, legati alla deforestazione e alla perdita di biodiversità, agli antibiotici, ai rifiuti e all’inquinamento, alle condizioni di lavoro, alla sicurezza alimentare e al benessere animale.   

Quarantaquattro su sessanta imprese analizzate (valutate a 224 miliardi di dollari e con i ricavi combinati di oltre 207 miliardi) sono considerate ad alto rischio. Le restanti sedici sono classificate come a rischio medio: nessuna a rischio basso. 

Uno scenario che invita a valutare le opportunità da cogliere, per chi investe, che i redattori del rapporto individuano nelle proteine 100% vegetali: la produzione di questo genere di alimenti è più resiliente agli shock esterni, presenta una maggiore efficienza, è più veloce e meno costosa, e non ha il problema dell’utilizzo completo delle ‘carcasse’ - inficiato dalla richiesta di specifici tagli di carne.

Dal punto di vista del mercato, gli stabilimenti plant-based sono estremamente flessibili nella risposta alla domanda reale e, non basandosi sugli animali, il sistema produttivo elimina totalmente il rischio della diffusione di malattie, perché opera in un ambiente di lavoro sano e ben controllato e controllabile.  

La classifica delle imprese a rischio pandemia è disponibile solo per gli investitori e i membri di FAIRR, ma la situazione presentata nel dossier trasmette già un’idea di come l’industria zootecnica mondiale sia da considerare superata, in considerazione dei danni ambientali che causa, per i suoi rischi e per le sofferenze che provoca.  

Roberto Bennati (Dir. Generale) e Paola Segurini (Area Scelta vegan)