Home | Notizie | Strappi: Cani, (Q)uore, Corpo

Strappi: Cani, (Q)uore, Corpo

Recensione del libro di Manuela Macelloni

Leggi l'articolo

Ultimo aggiornamento

venerdì 04 settembre 2026

Topic


Condividi

Un racconto dove la vulnerabilità del corpo diventa il punto di partenza per una nuova etica della relazione.

Strappi. Cani, (q)uore, corpo di Manuela Macelloni è un'opera filosofica e autobiografica che esplora il tema della perdita e della rinascita attraverso tre momenti di frattura radicale, definiti appunto "strappi". Un racconto dove la vulnerabilità del corpo diventa il punto di partenza per una nuova etica della relazione.

I tre "strappi" dell'opera

  • Lo strappo della morte: innescato dalla scomparsa di Emma, l'amato cane dell'autrice. Questo lutto diventa l'occasione per una riflessione profonda sulla morte non solo come vuoto e dolore emotivo ma anche un sintomo fisico reale. E poi come forma di "restituzione" e legame indissolubile tra specie diverse.
  • Lo strappo fisico, la complessa esperienza del trapianto: un evento non metaforico ma reale. L'autrice racconta l'esperienza del trapianto di cuore, durato molte ore, descrivendo la sensazione di sentirsi "strappare" l'organo con cui si ama, per riceverne uno nuovo. Questo capitolo interroga l'identità: chi si diventa quando il proprio "(q)uore" viene sostituito da quello di un altro?
  • Lo strappo filosofico: una rottura critica con la tradizione filosofica occidentale classica per abbracciare una prospettiva postumanista e antispecista, che riconsidera il rapporto tra corpo, umano e animale. 

Raccontare l'esperienza del trapianto da un punto di vista antivivisezionista, significa scardinare l'antropocentrismo medico per abbracciare una prospettiva relazionale in cui il proprio corpo è tenuto in vita dalla morte altrui. Attraverso quella che l'autrice definisce "filobiografia", la biografia traumatica si fonde con la filosofia per superare la retorica cartesiana del "corpo-macchina" e della "vittoria sulla natura".

Il confine tra la gratitudine – verso il donatore e l’equipe medica alla quale ci si affida – e la sensazione di essere un corpo manipolabile, diventa sottilissimo. Sotto le luci fredde della sala operatoria, il trapiantato sperimenta la fine dell'illusione antropocentrica: scopre che il proprio corpo è carne, sangue che pulsa su una lastra di acciaio. Il senso di sollievo per la vita stravolta e ritrovata non è esente da una profonda alienazione: la vita gli viene restituita attraverso la frammentazione, un assemblaggio biologico.

Quel battito ritrovato è un debito interspecie, l'eredità di una catena di montaggio del dolore che unisce i laboratori ai macelli. Gli animali usati per i fallimentari test e la xenotrapiantistica – sacrificati in nome della sopravvivenza umana: maiali, babbuini e scimmie, cani, roditori – hanno guardato le stesse luci fredde, le stesse pareti sterili e subito manipolazioni, chissà con quanto terrore, e con un destino per loro spietato. In quel silenzio artificiale, la cavia e l'umano condividono la stessa paura speculare: la coscienza agghiacciante di trovarsi in una sorta di macelleria globale, dove la vita di una specie viene estratta, smontata e capitalizzata a spese del corpo di un'altra. Il sopravvissuto non è più solo un umano; è un ibrido consapevole che il proprio respiro è indissolubilmente legato al grido muto di un’altra vita umana – il donatore, con una parte di sé che continua a vivere – e di un animale che è stato sacrificato per sperimentare tutto questo.

Il dolore per la morte del cane compagno di vita dell’autrice e lo shock della carne violata dalla chirurgia ridefiniscono i confini della vulnerabilità, accomunando i corpi umani e non umani nella medesima capacità di soffrire, amare ed essere spezzati.

Il superamento del dualismo cartesiano: la medicina occidentale tende a considerare gli organi come "pezzi di ricambio" e gli animali come modelli meccanici da sfruttare (vivisezione/xenotrapianti). La narrazione antivivisezionista ribalta questo paradigma: il cuore ricevuto non è un mero motore biologico sostituito, ma un organo vivo relazionale — scritto dall'autrice come (q)uore — che ridefinisce l'identità di chi lo accoglie.

Abitare un corpo "ospite”, luogo di relazione e non di proprietà: chi riceve un organo sperimenta lo strappo di essere "tenuto in vita dalla morte". Raccontare questo dal punto di vista postumanista significa riconoscere l’interconnessione tra i viventi: la propria sopravvivenza non è un atto di dominio, ma un debito biologico ed emotivo verso un altro corpo che ha cessato di esistere.

Una lettura profonda, utile per avvicinarci a una diversa prospettiva della relazione con gli altri da noi e della vita.