Recensione del libro di Manuela Macelloni
Strappi. Cani, (q)uore, corpo di Manuela Macelloni è un'opera filosofica e autobiografica che esplora il tema della perdita e della rinascita attraverso tre momenti di frattura radicale, definiti appunto "strappi". Un racconto dove la vulnerabilità del corpo diventa il punto di partenza per una nuova etica della relazione.
I tre "strappi" dell'opera
Raccontare l'esperienza del trapianto da un punto di vista antivivisezionista, significa scardinare l'antropocentrismo medico per abbracciare una prospettiva relazionale in cui il proprio corpo è tenuto in vita dalla morte altrui. Attraverso quella che l'autrice definisce "filobiografia", la biografia traumatica si fonde con la filosofia per superare la retorica cartesiana del "corpo-macchina" e della "vittoria sulla natura".
Il confine tra la gratitudine – verso il donatore e l’equipe medica alla quale ci si affida – e la sensazione di essere un corpo manipolabile, diventa sottilissimo. Sotto le luci fredde della sala operatoria, il trapiantato sperimenta la fine dell'illusione antropocentrica: scopre che il proprio corpo è carne, sangue che pulsa su una lastra di acciaio. Il senso di sollievo per la vita stravolta e ritrovata non è esente da una profonda alienazione: la vita gli viene restituita attraverso la frammentazione, un assemblaggio biologico.
Quel battito ritrovato è un debito interspecie, l'eredità di una catena di montaggio del dolore che unisce i laboratori ai macelli. Gli animali usati per i fallimentari test e la xenotrapiantistica – sacrificati in nome della sopravvivenza umana: maiali, babbuini e scimmie, cani, roditori – hanno guardato le stesse luci fredde, le stesse pareti sterili e subito manipolazioni, chissà con quanto terrore, e con un destino per loro spietato. In quel silenzio artificiale, la cavia e l'umano condividono la stessa paura speculare: la coscienza agghiacciante di trovarsi in una sorta di macelleria globale, dove la vita di una specie viene estratta, smontata e capitalizzata a spese del corpo di un'altra. Il sopravvissuto non è più solo un umano; è un ibrido consapevole che il proprio respiro è indissolubilmente legato al grido muto di un’altra vita umana – il donatore, con una parte di sé che continua a vivere – e di un animale che è stato sacrificato per sperimentare tutto questo.
Il dolore per la morte del cane compagno di vita dell’autrice e lo shock della carne violata dalla chirurgia ridefiniscono i confini della vulnerabilità, accomunando i corpi umani e non umani nella medesima capacità di soffrire, amare ed essere spezzati.
Il superamento del dualismo cartesiano: la medicina occidentale tende a considerare gli organi come "pezzi di ricambio" e gli animali come modelli meccanici da sfruttare (vivisezione/xenotrapianti). La narrazione antivivisezionista ribalta questo paradigma: il cuore ricevuto non è un mero motore biologico sostituito, ma un organo vivo relazionale — scritto dall'autrice come (q)uore — che ridefinisce l'identità di chi lo accoglie.
Abitare un corpo "ospite”, luogo di relazione e non di proprietà: chi riceve un organo sperimenta lo strappo di essere "tenuto in vita dalla morte". Raccontare questo dal punto di vista postumanista significa riconoscere l’interconnessione tra i viventi: la propria sopravvivenza non è un atto di dominio, ma un debito biologico ed emotivo verso un altro corpo che ha cessato di esistere.
Una lettura profonda, utile per avvicinarci a una diversa prospettiva della relazione con gli altri da noi e della vita.