Covid-19 e ricerca senza animali: a quando lo "spillover culturale"?

L’emergenza sanitaria che il mondo sperimenta, in tutta la sua drammaticità, in queste settimane, sta offrendo occasione a chi – in campo medico - fa attività di ricerca e sperimentazione utilizzando animali, di chiedere a gran voce quella che in altri tempi si sarebbe chiamata “deregulation”.

Il tutto suona un po’ così: “Siamo noi quelli che possono salvarvi, gli unici sin qui che lo abbiano mai fatto, con i nostri farmaci e con i benefici indotti dalla nostra ricerca: se ci tenete alla pelle, dateci carta bianca, via lacci e lacciuoli, lasciateci lavorare!”. Parafrasando ancora, suona un po’ come una richiesta di “pieni poteri” (non rara di questi tempi, purtroppo), o l’intimazione a non “disturbare il manovratore”.

Per chi conosca il mondo della sperimentazione sugli animali, e lo scontro che questo di regola ha con l’animalismo e l’antispecismo, e talvolta con la politica e altre componenti del mondo scientifico, non c’è nulla che sorprenda. I “nostri” sperimentatori lamentano da tempo – in un Paese in cui si utilizzano ogni anno 600.000 animali a scopi “scientifici” – come il loro lavoro sia troppo condizionato dalle normative (che sono quelle in vigore in tutta l’Unione Europea): vincoli, norme, burocrazia… un inferno, per chi vorrebbe procedere a spron battuto per il bene dell’umanità.

Il 6 aprile, su Scienza in Rete, un sito che raccoglie spesso il punto di vista degli sperimentatori, è stato pubblicato un articolo a firma di Michele Simonato, Elisabetta Cerbai, Micaela Morelli, Antonio Musarò, Marco Onorati, Marco Tamietto , dal titolo involontariamente sinistro: “Sperimentazione animale: a quando lo spillover culturale?" . Gli argomenti che gli autori espongono vorrebbero ribattere alle contestazioni che vengono tradizionalmente mosse alla sperimentazione sugli animali, e non sono nuovi. Riprendendo i loro punti:

  • la sperimentazione animale serve, è utile e insostituibile;
  • le alternative sono poche o non sono mature;
  • inutile cianciare di “etica”, sin quando gli animali vengono macellati a scopi alimentari;
  • si provi a parlare d’etica ai genitori di bambini curati con farmaci messi a punto grazie alla sperimentazione animale, e si veda semmai che tipo di risposte si ottengono;
  • non è vero che il dominio scientifico della sperimentazione animale, nel nostro Paese, causerebbe la fuga di giovani ricercatori che vorrebbero lavorare con i metodi sostitutivi.

In conclusione dell’articolo una perla, che è anche un grande classico: chi contesta la sperimentazione animale è un ipocrita, dovrebbe avere coerenza a sufficienza per non curarsi con farmaci sviluppati attraverso quel metodo.

Chi scrive non ha le competenze per entrare nel merito scientifico di quanto scrivono i ricercatori. Ma altri, nella LAV e nel mondo dell’animalismo e della scienza, si. E ai loro argomenti, in questo senso, si rimanda. Chi scrive ha maturato le competenze, però, per discutere il paradigma che c’è dietro le prese di posizione degli autori di questo articolo.

Vengono in mente, per analogia, tutti quei settori in cui si sono sperimentate “transizioni” verso metodi di produzione (o anche di ricerca) che hanno rappresentato, oggettivamente, un avanzamento in termini scientifici, produttivi, di sostenibilità.

In ciascuno di quei settori c’erano dei rappresentanti dello status quo che dicevano le stesse identiche cose che si leggono nell’articolo in questione.

Prendiamo la produzione di energia, che come sappiamo è strettamente correlata alla difesa del clima (e di molti altri aspetti ambientali, oltre che sociali); la litania che si è ascoltata per lustri è stata:

  • le fonti fossili (carbone e petrolio in special modo) sono utili e insostituibili;
  • le fonti rinnovabili sono poco generative o non sono tecnologicamente mature;
  • inutile cianciare di clima e sostenibilità, l’energia è un bene prezioso per tutti e gli ambientalisti vorrebbero riportarci al tempo delle candele;
  • si parli di azzerare il contributo delle fonti fossili a chi magari è attaccato a un respiratore… a coloro la cui vita dipende dalla disponibilità di elettricità (che solo carbone, petrolio e gas possono garantire, è sottinteso);
  • non è vero che il dominio delle fonti fossili sia un problema occupazionale o di libertà d’impresa; anzi sono le fossili che hanno garantito progresso, sviluppo e ricchezza.
 
Vi ricorda niente?

I tempi cambiano, a volte con una repentinità sorprendente. Così, nel giro di pochi anni, la transizione energetica, dall’essere un’utopia minoritaria e un po’ fricchettona, è diventata – ma guarda te! – il paradigma industriale dominante. Già dal 2012 le rinnovabili, annualmente, superano le fonti fossili, a livello globale, per nuova capacità installata.

Nel 2017, quella che per anni era stata la più derisa delle fonti fossili, il solare, ha fatto registrare – da sola – un record (98 gigawatt) di nuova capacità installata su scala globale, molto più delle aggiunte nette di qualsiasi altra tecnologia: rinnovabile, a combustibili fossili o nucleare. L’energia solare, in quell’anno, ha anche attirato 160,8 miliardi di dollari di investimenti, superando di gran lunga gli investimenti in centrali a carbone e gas, stimati a 103 miliardi di dollari. La Cina, già nel 2017, aveva un piano di sviluppo energetico triennale per 364 miliardi di dollari: l’84% di quei fondi è stato speso per fonti rinnovabili, generando 13 milioni di posti di lavoro.

Il punto è: gli autori dell’articolo riterrebbero preferibile una scienza basata interamente sui metodi sostitutivi, che non utilizzi gli animali (e la loro sofferenza) per le sue attività e i suoi progressi?

 
Se la risposta fosse sì, c’è una domanda aggiuntiva: cosa stanno facendo, concretamente, per garantire questa evoluzione?
 
Quanti investimenti pubblici ci sono oggi – a fronte di quelli garantiti alla sperimentazione animale – per tentare questa transizione?

Sono domande a cui di solito gli sperimentatori non rispondono. Dietro queste mancate risposte, e dietro i loro argomenti, c’è un vuoto terribile. Potremmo dire che è un vuoto di “volontà di progresso”, togliendo a quest’ultima parola ogni accezione novecentesca, considerandola solo in termini di evoluzione verso qualcosa di desiderabile, giusto, sostenibile, persino più “umano”.

Come le compagnie petrolifere e del carbone – che già negli anni ’60 pagavano gli scienziati per negare il cambiamento climatico – questi signori semplicemente negano ogni possibilità di progresso. Così funziona il sistema, per loro, e così funzionerà sempre, in spregio alla vita di milioni e milioni di animali sacrificati ogni anno in tutto il mondo.

Atterrisce, però, che questa assoluta mancanza di “volontà di progresso” sia propria di “scienziati”. Era la stessa di chi diceva che non si sarebbe mai potuto superare l’uso di animali per testare i cosmetici; poi, da un giorno all’altro, in virtù di un divieto di legge, quello che appariva impossibile è diventato di colpo possibile e praticabile, a volte persino con il plauso delle aziende cosmetiche…

Come in ogni transizione, oggi si pone – in particolare alle persone di scienza – la scelta tra l’essere parte del problema o della soluzione. Purtroppo, per molti, siamo ancora nella fase in cui il “problema”, in quanto tale (la vita di milioni di essere senzienti), neppure si pone.

Andrea Boraschi
Resp. Dipartimento Programmi LAV

Ps dimenticavo: fino a qualche anno fa erano ritenuti ipocriti anche tutti i difensori del clima, perché anche loro, entrando a casa la sera, premevano un interruttore per accendere una lampadina…