A Hobart il futuro delle balene tra tutela, moratoria e pressioni per la ripresa della caccia
È in corso a Hobart, in Tasmania, la 70ª riunione plenaria della Commissione internazionale per la caccia alle balene (IWC70), appuntamento che quest’anno assume un significato particolare. L’incontro coincide infatti con due importanti anniversari per la tutela dei cetacei: gli 80 anni dalla nascita della Commissione, istituita nel 1946, e i 40 anni dall’entrata in vigore della moratoria internazionale sulla caccia commerciale alle balene, approvata nel 1982 e divenuta operativa nel 1986.
La Commissione internazionale per la caccia alle balene (IWC, International Whaling Commission) nacque con l’obiettivo di regolamentare e coordinare l’industria baleniera. Nella sua fase iniziale, tuttavia, l’organizzazione non aveva come priorità la conservazione dei cetacei e finì per favorire la prosecuzione della caccia. Nei primi trent’anni di attività furono uccise oltre due milioni di balene, nonostante le preoccupazioni espresse in più occasioni dalla Commissione Scientifica.
Con il passare del tempo, la posizione dell’IWC è progressivamente cambiata, orientandosi maggiormente verso la protezione e la conservazione dei cetacei. Una svolta importante arrivò nel 1982, quando i membri dell’IWC approvarono la moratoria sulla caccia commerciale, entrata poi in vigore nel 1986. Si trattò di un passaggio fondamentale per la tutela delle popolazioni di balene, anche se il sistema internazionale presenta alcune eccezioni e possibilità di deroga che ne hanno limitato l’efficacia.
All’interno della Commissione, infatti, rimangono Paesi favorevoli alla prosecuzione della caccia, oltre quelli che ammettono caccia alle balene esclusivamente a comunità indigene o locali (Aboriginal Subsistence Whaling).
I Paesi che continuano a cacciare le balene
Nonostante la moratoria internazionale, Giappone, Norvegia e Islanda hanno continuato a praticare la caccia commerciale ricorrendo a specifiche disposizioni giuridiche oppure scegliendo di non aderire più al regime previsto dalla Commissione.
Australia: dalla caccia alle balene al whale watching
Il Paese che ospita il vertice è un esempio concreto di come si possa passare dallo sfruttamento alla tutela. Fino alla fine degli anni Settanta anche l’Australia praticava la caccia commerciale: l’ultima stazione baleniera del Paese, la Cheynes Beach Whaling Company di Albany, in Australia Occidentale, che uccideva circa 600 capodogli l’anno, annunciò la chiusura nel 1978, mentre era in corso un’inchiesta nazionale sul futuro della caccia (la cosiddetta Frost Inquiry). Nel 1979 il Governo australiano adottò una politica ufficiale contro la caccia alle balene e, con il Whale Protection Act 1980, abrogò la precedente legge che la disciplinava (Whaling Act 1960). Oggi tutti i cetacei sono protetti dall’Environment Protection and Biodiversity Conservation Act 1999 (EPBC Act) e nell’Australian Whale Sanctuary, che comprende tutte le acque federali fino al limite della Zona Economica Esclusiva, uccidere, ferire o disturbare un cetaceo costituisce reato.
Al posto della caccia si è sviluppato il whale watching, che lo stesso Governo australiano riconosce come un’importante industria di turismo naturalistico, capace di portare reddito alle comunità costiere e di promuovere la conservazione di balene e delfini. L’attività è regolata dalle linee guida nazionali che fissano, tra l’altro, distanze minime di avvicinamento e il divieto di toccare o alimentare gli animali.
La stessa scelta oggi è possibile per un altro simbolo del Paese: il canguro. Come chiedono i nostri partner australiani di Kangaroos Alive, l’Australia dovrebbe applicare ai canguri la lezione appresa con le balene, mettendo fine alla loro uccisione commerciale e valorizzandoli attraverso un turismo naturalistico sostenibile: i canguri valgono più da vivi che da morti. La loro pelle è ancora impiegata, nelle tute da motociclismo; per questo portiamo avanti, nel motorsport, la campagna “Ride Smart. Go K-Free!”.
La posizione dell’Italia
Insieme agli altri Stati membri dell’Unione Europea, l’Italia sostiene in sede IWC una linea orientata alla conservazione, promuovendo il rafforzamento delle misure di protezione, l’estensione dei santuari marini e il mantenimento del divieto sulla caccia commerciale.
Un esempio concreto di questo impegno è il Santuario Pelagos, istituito da Italia, Francia e Principato di Monaco nel Mediterraneo. L’area è dedicata alla protezione dei mammiferi marini e rappresenta uno dei principali strumenti di conservazione dei cetacei nel Mediterraneo.
Tuttavia, si può fare di più per questi animali, spesso costretti in c.d. delfinari. In Italia, infatti, sono presenti parchi acquatici con delfini in cattività utilizzati per spettacoli di intrattenimento. Una pratica crudele, innaturale ed obsoleta per la quale è fondamentale una legge nazionale che vieti del tutto la cattività dei cetacei.
Le nuove sfide per la conservazione
Il quadro internazionale, tuttavia, rimane complesso e alcuni Paesi continuano a sostenere la necessità di rivedere l’attuale regime di protezione. Stati favorevoli alla ripresa della caccia commerciale, come Antigua e Barbuda, che storicamente ha mantenuto posizioni vicine a quelle del Giappone. Alcune proposte presentate durante la riunione puntano infatti a modificare l’attuale quadro internazionale e potrebbero incidere sul sistema di protezione costruito intorno alla moratoria.
Le balene e l’equilibrio degli oceani
Il vertice, in programma fino al 2 ottobre, affronterà anche il ruolo delle balene nel funzionamento degli ecosistemi marini. Tra i documenti all’attenzione dei partecipanti vi è infatti un rapporto dedicato al contributo dei cetacei ai servizi ecosistemici degli oceani, che mette in evidenza il ruolo delle balene come veri e propri “ingegneri degli ecosistemi”.
Oltre al loro valore intrinseco in quanto esseri senzienti, le balene svolgono infatti funzioni importanti per il funzionamento degli ecosistemi marini. I loro continui movimenti tra le profondità e la superficie contribuiscono alla miscelazione verticale delle acque, favorendo la distribuzione di nutrienti, ossigeno e calore lungo la colonna d’acqua.
Anche le loro migrazioni hanno un ruolo ecologico significativo. Spostandosi tra aree molto produttive, come quelle artiche e antartiche, e zone oceaniche caratterizzate da una minore disponibilità di nutrienti, le balene contribuiscono al trasferimento di elementi fondamentali per la produttività degli ecosistemi. Le loro escrezioni, il materiale placentare e, dopo la morte, le carcasse possono infatti alimentare i cicli biologici dell’oceano.
Quando una balena muore, la sua carcassa può inoltre raggiungere grandi profondità, anche oltre i 1.000 metri, contribuendo allo stoccaggio naturale del carbonio. Sul fondale, il corpo dell’animale diventa una vera e propria fonte di nutrienti e un’oasi biologica: la sua decomposizione sostiene comunità di organismi specializzati e può favorire, nel tempo, lo sviluppo di ecosistemi complessi. La protezione delle balene non riguarda quindi soltanto la conservazione di singole specie, ma anche il mantenimento dell’equilibrio e della funzionalità degli ecosistemi oceanici. È su questo equilibrio, e sul futuro della moratoria internazionale, che si concentra una parte importante del confronto in corso a Hobart ed è fondamentale continuare a tutelare questi animali, rendendo la moratoria sempre meno blanda.