Commentiamo la serie Amazon Prime Video "Cani da incubo" con Tommaso Castellano che trasmette una visione profondamente distorta della relazione con il cane.
A pochi giorni dal debutto su Amazon Prime Video, la serie Cani da incubo con Tommaso Castellano non risulta attualmente disponibile alla visione sulla piattaforma.
Accedendo alla scheda del programma compare infatti il messaggio: “Questo titolo non è disponibile perché i diritti sono scaduti”. Non sono state diffuse comunicazioni ufficiali che chiariscano le ragioni di questa indisponibilità né se essa sia temporanea o definitiva.
Al di là della sua attuale disponibilità, riteniamo importante soffermarci sui contenuti e sul messaggio culturale veicolato da un format che trasmette una visione profondamente distorta della relazione con il cane, dell'educazione cinofila e della riabilitazione comportamentale.
Già nei giorni successivi alla pubblicazione della serie si sono moltiplicate le critiche provenienti dal mondo della tutela animale, della medicina veterinaria comportamentale e della cinofilia. Al centro delle contestazioni vi sono soprattutto la normalizzazione di strumenti e metodi coercitivi, la rappresentazione semplificata dei percorsi di recupero comportamentale e una visione del cane distante dalle più aggiornate conoscenze scientifiche sul suo benessere e sulle sue capacità cognitive ed emotive.
Sono criticità che riteniamo fondate e che meritano una riflessione approfondita, soprattutto considerando la grande diffusione che un contenuto di questo tipo può avere attraverso una piattaforma streaming internazionale.
IL PROBLEMA NON SONO I CANI
La prima criticità è già nel titolo. “Cani da incubo” suggerisce che il problema siano i cani. Ma nella quasi totalità dei casi non è così.
Dietro i cosiddetti "cani problematici" troviamo molto spesso persone che hanno scelto un animale senza conoscerne caratteristiche, bisogni e predisposizioni; famiglie che non hanno ricevuto adeguata informazione; aspettative irrealistiche; errori di gestione; mancanza di attività adeguate; contesti incompatibili con le esigenze dell'animale.
Troviamo cani acquistati o adottati senza una reale consapevolezza delle loro necessità, delle motivazioni di razza o delle caratteristiche individuali. Troviamo persone che si aspettano che il cane si adatti automaticamente al loro stile di vita, anziché costruire una relazione basata sulla comprensione reciproca e sul rispetto dei suoi bisogni.
Presentare il cane come il problema significa spostare l'attenzione dalle responsabilità umane e alimentare una narrazione sbagliata, che finisce per colpevolizzare l'animale anziché aiutare le persone a comprenderlo.
LA RIABILITAZIONE COMPORTAMENTALE NON È UNO SPETTACOLO TELEVISIVO
Ancora più grave è il messaggio che la serie trasmette rispetto ai percorsi di recupero comportamentale.
La televisione vive di tempi rapidi, colpi di scena e trasformazioni immediate. La riabilitazione comportamentale, invece, è quasi sempre un percorso lungo, complesso e personalizzato.
Possono essere necessari mesi di lavoro per affrontare problematiche legate a paure, aggressività, iperattaccamento, ansia o difficoltà relazionali. Un percorso che coinvolge non soltanto il cane, ma anche la famiglia, il contesto di vita, le abitudini quotidiane e spesso diverse figure professionali.
La riabilitazione comportamentale non consiste nel prendere un cane, lavorarci per qualche ora e riconsegnarlo “aggiustato” ai proprietari. Al contrario, richiede quasi sempre un lavoro sul sistema complessivo di relazioni in cui il cane vive: la famiglia, l'ambiente, la gestione quotidiana e le modalità di interazione.
Ridurre tutto questo a una sequenza di immagini che mostrano un cane apparentemente "trasformato" nel giro di poche ore significa offrire al pubblico una rappresentazione irrealistica e fuorviante.
Come ogni prodotto televisivo, anche una serie di questo tipo è costruita attraverso un montaggio che seleziona alcuni momenti e ne esclude molti altri. Ciò che lo spettatore vede è inevitabilmente un racconto semplificato. Il rischio è quello di trasmettere l'idea che problematiche complesse possano essere risolte rapidamente attraverso interventi diretti sul cane, quando nella realtà il cambiamento richiede tempo, competenze, continuità e il coinvolgimento delle persone che vivono con lui.
Il linguaggio stesso utilizzato dal format contribuisce a trasmettere l'idea che il cane sia un oggetto difettoso da riparare e riconsegnare funzionante ai proprietari. Ma un cane non è una macchina da aggiustare. È un individuo dotato di emozioni, capacità cognitive, motivazioni e bisogni propri.
UN APPROCCIO LONTANO DALLA MODERNA SCIENZA DEL COMPORTAMENTO
Le moderne conoscenze scientifiche sulla relazione uomo-cane hanno ormai superato da tempo i modelli fondati sulla dominanza e sul controllo.
La medicina veterinaria comportamentale e gli approcci più aggiornati all'educazione cinofila riconoscono il cane come un soggetto senziente, inserito in un sistema relazionale complesso, in cui emozioni, ambiente e relazioni sociali giocano un ruolo determinante. Le problematiche comportamentali non possono essere comprese isolando il cane dal contesto in cui vive. Vanno invece lette all'interno della relazione con la famiglia, delle esperienze vissute, dello stato emotivo dell'animale e delle condizioni ambientali che possono influenzarne il comportamento.
Al contrario, il format propone una narrazione centrata sulla figura del "risolutore", che interviene sul cane, corregge il comportamento e restituisce l'animale alla famiglia come se il problema fosse stato eliminato. Una rappresentazione semplicistica che non rispecchia la realtà dei percorsi comportamentali e che rischia di generare aspettative irrealistiche nelle persone che convivono con animali in difficoltà.
IL PROBLEMA DEI METODI COERCITIVI
Nella serie compaiono inoltre strumenti e pratiche che fanno riferimento a un approccio basato sul controllo fisico e sulla coercizione, tra cui l'utilizzo del collare a strozzo come strumento correttivo.
Sempre orientamenti professionali e regolamenti comunali scoraggiano e vietano l'impiego di strumenti che agiscono attraverso il disagio, la costrizione o il dolore, mentre la moderna medicina veterinaria comportamentale e l'educazione cinofila basata sulle evidenze scientifiche promuovono approcci fondati sulla comprensione delle motivazioni del cane, sulla costruzione della fiducia e sulla tutela del suo benessere emotivo e fisico. Il punto non riguarda soltanto il singolo strumento, ma il messaggio culturale che passa: l'idea che il comportamento possa essere modificato principalmente attraverso il controllo fisico, la correzione e l'inibizione.
Una visione che compromette la costruzione di una relazione basata sulla fiducia, sulla comprensione reciproca e sul rispetto dei bisogni dell'animale.
I MEDIA HANNO UNA RESPONSABILITÀ
Programmi televisivi e piattaforme streaming non sono semplici contenitori neutri. Contribuiscono a costruire immaginari, diffondere modelli culturali e influenzare il modo in cui milioni di persone percepiscono gli animali.
Per questo riteniamo che la rappresentazione della relazione con il cane debba essere coerente con le conoscenze scientifiche attuali e con il riconoscimento degli animali come esseri senzienti e compagni di vita. Spettacolarizzare il disagio comportamentale, proporre soluzioni apparentemente immediate e trasmettere modelli “educativi” fondati sulla coercizione non aiuta i cani, non aiuta le famiglie e non contribuisce alla diffusione di una cultura del rispetto.
Che la serie torni o meno disponibile sulla piattaforma, resta la necessità di contrastare una narrazione che rischia di allontanare il pubblico da una corretta comprensione dei bisogni dei cani e delle modalità con cui affrontare eventuali problematiche comportamentali.
I cani non sono un incubo. Lo diventa, piuttosto, una cultura che continua a considerarli problemi da correggere anziché individui da comprendere.