Secondo una consueta narrazione per rassicurare la coscienza collettiva un cavallo smette di avere valore nel momento stesso in cui smette di generare profitto
Le dichiarazioni dell’istruttrice federale FISE Sofia Varoli in merito alla dismissione dei cavalli utilizzati per il traino a Palermo, ripropongono una narrazione consolatoria costruita per rassicurare la coscienza collettiva: quella che cerca di ridurre la questione dello sfruttamento a una semplice discussione sulle modalità di "buona gestione" dell'animale, evitando accuratamente di affrontare il nodo centrale. Sentir esprimere preoccupazione per la sorte dei cavalli proprio da chi rappresenta l'istituzionalizzazione dei cosiddetti "sport" equestri farebbe quasi sorridere, se non fosse una questione fin troppo seria.
L’operazione retorica più sfacciata e strumentale risiede nella domanda: "Che fine faranno questi cavalli?" È un ricatto emotivo, con il quale si cerca di spostare la responsabilità morale su chi chiede la fine dello sfruttamento dei cavalli, addossandogli la colpa del loro potenziale tragico destino. Ma a ben guardare la domanda si ritorce contro chi la pone, perché è un’involontaria ammissione di colpa. Anzi, una confessione. Dimostra di sapere perfettamente qual è la logica che governa il mondo equestre, ossia quella per cui un cavallo smette di avere valore nel momento stesso in cui smette di generare profitto. Se tra vetturini e cavalli ci fosse davvero un legame affettivo, così come viene sempre sbandierato, lo stop alle carrozze non metterebbe in discussione la loro esistenza. Chi li ha usati finora continuerebbe semplicemente a farsi carico della loro vita. Evocare lo spauracchio della loro "brutta fine” significa invece confessare la verità: che senza profitto, l'animale diventa solo un peso da alienare.
Bisogna anche far presente alla signora Varoli che negli anni sono usciti dal servizio tantissimi cavalli, per anzianità o per inidoneità, rimpiazzati da altrettanti cavalli; eppure non ci sembra di aver mai letto appelli accorati sul loro destino, così come non ce ne sono per tutti gli altri impiegati in varie attività e poi lasciati scivolare nel dimenticatoio a fine carriera.
Ovviamente chi si è formato all’interno del paradigma equestre non può che avere una visione del cavallo oggettivizzata all’interesse umano, pertanto anche qui la narrazione della cura e dell’assenza di maltrattamento, si scontra con la biologia e l’etologia del cavallo. Non bisogna confondere la rassegnata passività di un animale a cui sono stati azzerati bisogni primari, socialità autonoma e libertà di scelta, con parametri di “benessere”.
Infine, a citazione sul qualunquismo dei social e sull'impossibilità di liberare i cavalli nelle praterie rivela tutta la debolezza del suo impianto argomentativo. Costruire una caricatura grottesca delle posizioni altrui - evocando l'immagine ridicola di cavalli scagliati dal box alla prateria selvaggia - serve solo a evitare l'unica opzione reale ed eticamente coerente: il mantenimento in vita e il rispetto della loro esistenza al di fuori di ogni logica di profitto e di utilità.
La vera tara culturale risiede nell'incapacità di concepire un individuo al di fuori di una funzione: nella prospettiva federale, se un cavallo non tira una carrozza o non serve per la terapia, semplicemente cessa di avere un senso. Ma la liberazione da un sistema di sfruttamento non coincide né con l'abbandono selvaggio né con il riciclo in un nuovo impiego. La responsabilità economica ed etica di garantire loro la vita fino al naturale termine, deve ricadere interamente su chi questo sistema lo ha gestito, alimentato e autorizzato.
Nadia Zurlo, Responsabile LAV Area Equidi