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Il gioco crudele dei pit bull

Dei ragazzi del mio rione hanno lanciato il loro pitbull contro i gatti randagi. La gente che fa certe cose è gente cattiva”.

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lunedì 20 aprile 2026

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Maltrattamenti

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La violenza a danno di animali tra esempi negativi ed esaltazione dell'aggressività

Nella mia zona ci sono ragazzi che prendono i cani per darli ai combattimenti e io ho paura per i miei cani che amo”, così una ragazza di 14 anni. Un’altra ragazzina dodicenne scrive: “Dei ragazzi del mio rione hanno lanciato il loro pitbull contro i gatti randagi. La gente che fa certe cose è gente cattiva”. Sono due delle tante testimonianze riportate nella ricerca LAV “Non si torturano le farfalle” svolta nelle scuole medie.

Una ricerca nazionale che ha coinvolto lo 0,08% della popolazione scolastica italiana delle medie e che fornisce un quadro realistico sul rapporto preadolescenti e animali. Il questionario, anonimo, è stato somministrato in modo da garantire la totale privacy, senza la possibilità di collegare lo scritto ad un determinato partecipante, né alla scuola di appartenenza.

LA ZOOCRIMINALITÀ MINORILE
Alla fine degli anni ’90 del secolo scorso con la locuzione “zoocriminalità minorile” definii il coinvolgimento di bambini e ragazzi nei traffici criminali legati allo sfruttamento degli animali. Analizzai casi di bambini coinvolti nei combattimenti tra cani, nelle corse clandestine di cavalli, nella raccolta delle scommesse clandestine, nella vendita di fauna selvatica e in atti di bracconaggio. All’epoca questo studio, il primo in Italia sul fenomeno del coinvolgimento di bambini e minorenni in ambito zoomafioso, fece emergere una realtà inquietante e sconosciuta: bambini inseriti in sistemi delinquenziali violenti, dove  partecipavano attivamente a varie forme di crudeltà nei riguardi degli animali, dall’accecamento degli uccelli all’addestramento dei pit bull combattenti, al posizionamento di tagliole e trappole.

A quasi trent’anni di distanza le cose sono indubbiamente cambiate in positivo, certo, ma certi fenomeni non sono del tutto scomparsi. La fenomenologia dei combattimenti tra cani è mutata, gli organizzatori, a seguito di inchieste e processi, hanno scelto la strategia dell’immersione, adottando tattiche operative più prudenti, ma il fenomeno, ancorché ridimensionato, resta. Parallelamente ai gruppi organizzati che agiscono con discrezione, la cronaca ci restituisce casi riconducibili a gruppi locali, disorganizzati, spesso formati da giovanissimi, dediti perlopiù all’allevamento abusivo di cani combattenti o di lotte estemporanee di strada.

E in questo contesto sembrano inserirsi le dichiarazioni e i casi descritti da alcuni ragazzi nella ricerca: “Giù al mio rione ci stanno ragazzi che fanno combattere i pitbull con altri cani e io avvolte li guardo” così un tredicenne.

L'APPRENDIMENTO OSSERVAZIONALE
È noto che un ruolo determinante e rilevante nella formazione è rappresentato dai processi di apprendimento osservazionale. Durante lo sviluppo, i bambini acquisiscono comportamenti attraverso l’osservazione e l’imitazione delle condotte messe in atto da adulti significativi e dai pari. L’esposizione a episodi di maltrattamento o di trascuratezza nei confronti degli animali, sia in ambito domestico e comunitario sia mediante i mezzi di comunicazione, può contribuire alla normalizzazione di tali pratiche.

Più preoccupanti sono le manifestazioni di compiacimento o di adesione alla visione violenta che accompagna le lotte tra animali. “Io ho dei pit bull e li alleno con i copertoni”, così un ragazzo di 13 anni. “Ho visto il combattimento di un mio cane con un altro pit bull, non ho maltrattato il cane, ho solo assistito alle lotte. Non so se i combattimenti sono maltrattamento, a me mi pare che i cani piaccia combattere”, scrive in modo disarmante un 12enne.

La psicologia e la criminologia documentano che minori cresciuti in contesti criminali strutturati (inclusi quelli legati alla zoomafia) possono interiorizzare norme culturali devianti e apprendere la violenza come strumento funzionale. Inoltre, possono sviluppare atteggiamenti antisociali verso animali e persone.

UN MODELLO DI VITA BASATO SULLA PREVARICAZIONE
La cultura in cui si sviluppano forme di violenza contro gli animali, e in particolare quella zoomafiosa, ha come riferimento un modello di vita basato sulla prevaricazione, l’aggressività sistematica, il disprezzo per le ragioni altrui. I “valori” di riferimento sono l’esaltazione della forza, la mascolinità, il disprezzo del pericolo, il potere dei “soldi”, l’umiliazione del più debole. In questa dimensione dis-valoriale, le corse clandestine di cavalli o i combattimenti tra cani trovano una facile collocazione. I bambini e gli adolescenti coinvolti vengono proiettati in un mondo adulto, “virile”, dove la sicurezza individuale e la personalità si forgiano con la forza, con l’abitudine all’illegalità, con la disumanizzazione emotiva.

NECESSARIO ADOTTARE POLITICHE EDUCATIVE E INTERVENTI PREVENTIVI MIRATI
I risultati dello studio evidenziano un rapporto complesso e articolato tra i preadolescenti e il mondo animale. Sebbene la maggioranza dei partecipanti manifesti sentimenti positivi e di affezione verso gli animali, emerge parallelamente una quota non trascurabile di soggetti che riferiscono l’adozione di atti violenti e sistematici a loro danno che non deve essere sottovalutata. Sarebbe grave e profondamente allarmante anche se quelle dichiarazioni fossero soltanto frutto di esibizionismo o mitomania, o, ancora, tentativi di ostentare durezza e costruire un’immagine spregiudicata: nel contesto della violenza adolescenziale, simili atteggiamenti non sono mai innocui, ma alimentano e legittimano una cultura dell’aggressività.

In questo contesto occorre, quindi, adottare politiche educative e interventi preventivi mirati. Accompagnare i preadolescenti nella comprensione delle conseguenze delle proprie azioni significa aiutarli a sviluppare responsabilità, sensibilità e capacità di relazione, fondamentali per una crescita sana e consapevole.

Ciro Troiano, criminologo, responsabile Osservatorio Zoomafia LAV