Il virus è in grado di infettare 49 specie tra invertebrati, pesci e mammiferi marini, tra i quali di solito causa perdita di colore e letargia
Si chiama covert mortality nodavirus (CmNV) ed è un virus che contagia pesci e invertebrati marini, ma che per la prima volta infetta anche l’uomo. Finora, nessun virus originato da animali acquatici era noto per causare malattie nell'uomo, è la prima volta che si verifica uno spillover dagli animali acquatici all’essere umano.
Il virus è in grado di infettare 49 specie tra invertebrati, pesci e mammiferi marini, tra i quali di solito causa perdita di colore e letargia. Nell’uomo, invece, il nodavirus determina una malattia oculare con rischio al nervo ottico e perdita della vista.
La scoperta descritta su Nature Microbiology è avvenuta in Cina, ma il virus è presente nei mari di tutto il mondo e vi è il sospetto che possa aver effettuato il "salto" anche in altre specie terrestri. Il patogeno è, infatti, presente negli animali marini di almeno cinque continenti: Asia, Nord e Sud America, Europa, Africa, Antartide e le temperature più alte dei mari peggiorano l'infezione.
Come spesso accade (si veda per gli animali terrestri il caso dell’influenza aviaria), le attività umane facilitano il passaggio di zoonosi tra ecosistemi diversi, aggravando la aggressività del patogeno e la diffusione dello stesso.
Le 70 persone con secrezioni oculari riconducibili alla stessa diagnosi chiamata persistent ocular hypertension viral anterior uveitis (POH-VAU), analizzati da ricercatori dell'Accademia Cinese delle scienze ittiche di Qingdao, erano tutte positive al virus CmNV e più della metà lavorava nel settore dell’acquacoltura, mentre il 16% dei contagiati aveva o mangiato pesce o crostacei crudi, o avuto contatti ravvicinati con chi risultava a rischio - per cibo ingerito, lavoro a contatto con organismi acquatici o contagio conclamato.
Il copione è sempre lo stesso e vede l’uomo protagonista dell’alterazione di ogni equilibrio terrestre e marino, a causa del modello alimentare che prevede il costante sfruttamento di animali.
Negli impianti ittici sono stipati milioni di animali acquatici, ad elevatissime densità, impossibilitati di mettere in atto i propri comportamenti, feriti e non curati, ma selezionati geneticamente, sopravvivono in condizioni di sofferenza perenne.
Queste condizioni innaturali sono il terreno ideale per la diffusione rapidissima di un virus, se si considera anche il fatto che gli allevamenti ittici, soprattutto in mare, non sono affatto chiusi e isolati, ma interagiscono con l’ecosistema circostante, provocando la diffusione e la dispersione di sostanze e organismi attraverso le correnti marine.
Tutto questo mette in luce la persistente miopia di un sistema alimentare che, pur mostrando segni evidenti di crisi e continuando a produrre effetti dannosi su animali, ambiente e salute umana, resta ancorato a una logica esclusivamente orientata al profitto.
In un contesto emergenziale come quello attuale, diventa essenziale adottare una visione integrata della salute, che riconosca l’interconnessione tra esseri umani, animali e ambiente.
Di fronte a queste criticità, persone e Governi a livello globale dovrebbero avviare una riflessione profonda sul modo di sfruttare gli animali acquatici nel suo insieme, valutandone i limiti strutturali e promuovendo una transizione verso sistemi alimentari più sostenibili, ricorrendo a modelli alimentari a base vegetale.