"We Are Going Fur Free": la moda dice basta alla pelliccia, per un futuro sempre piu' animal-free

"We are going fur-free!"

E' una frase che negli ultimi sei anni abbiamo sentito pronunciare sempre più spesso dalle principali aziende globali della moda: Armani (23 marzo 2016), Ynap Group (6 giugno 2017), Gucci (12 ottobre 2017), Versace (16 marzo 2018), Gruppo Prada (22 maggio 2019), Valentino (19 maggio 2021), Moncler (25 gennaio 2022), D&G (31 gennaio 2022), Zegna (1 febbraio 2022) e solo per citare le aziende italiane (tra case di moda e retailer), perché altrimenti la lista sarebbe decisamente più lunga!

Con buona parte di queste aziende noi di LAV abbiamo avuto l’opportunità (la capacità) di sederci intorno ad un tavolo per rappresentare, punto per punto, tutte le criticità della filiera della pelliccia e spesso “nascoste” dai bollini di qualità di cui la stessa Industria della Pelliccia si è dotata, contribuendo così al raggiungimento di un traguardo prima di tutto etico.

Negli anni - insieme a centinaia di ong animaliste, in Italia e nel mondo - abbiamo agito per portare alla luce quella che è la reale condizione di privazione e sfruttamento cui sono sottoposti gli animali “da pelliccia”.

Grazie ad un sistematico lavoro di denuncia, prima i cittadini/consumatori di moda hanno consapevolmente orientato le proprie scelte di acquisto verso soluzioni più etiche e sostenibili poi, le aziende di moda più lungimiranti hanno fatto proprio il valore di rispetto per gli animali, sempre più radicato nella società moderna, cambiando il proprio modello di business e arrivando persino ad inserire le policy fur-free come valore aggiunto delle proprie politiche di Responsabilità Sociale d’Impresa.

Un cambiamento sociale che ha poi visto il riconoscimento istituzionale con divieti, anche questi sempre più frequenti, all’allevamento di animali per la finalità di ricavarne pellicce; come fatto anche dall’Italia proprio dal 1° gennaio di quest’anno.

Ma a decretare la fine della Industria della pelliccia, è stata soprattutto l’Industria “della pelliccia”: per decenni questo settore ha investito in sistemi di certificazione cosiddetti “responsabili” che, di fatto, non hanno mai apportato alcun miglioramento strutturale o gestionale nell’allevamento degli animali, rimasti rinchiusi nelle gabbie (fatiscenti ma, a norma dei minimi parametri di legge vigenti).

Quello che LAV - e centinaia di organizzazioni nel mondo - hanno fatto, è stato semplicemente documentare, anche con immagini e video, la realtà delle cose e mostrarla ai consumatori e alle aziende moda: gabbie di rete metallica (anche nella pavimentazione), migliaia e spesso decine di migliaia di animali ammassati in piccoli spazi, comportamenti stereotipati, alimentazione somministrata attraverso la rete delle gabbie, animali morti insieme ad animali vivi, episodi di autolesionismo, episodi di aggressione, episodi di infanticidio (spesso tra volpi), uccisioni cruente (con gas o elettrocuzione). Questa è la quotidianità di un animale “da pelliccia” e nonostante i (o forse meglio dire, a causa di) protocolli Welfur, le garanzie di Sagafurs, lo standard Furmark ... siamo convinti che l’Industria della pelliccia non sopravviverà abbastanza per sfornare l’ennesimo, inutile, bollino.

La pelliccia animale non è più una scelta stilistica che designer e aziende potranno o vorranno prendere in considerazione, e questo è un primo, importante risultato.

Ma non basta: la moda, quella Sostenibile ed Etica, dovrà proseguire su questo percorso e iniziare a considerare a 360 gradi l’impatto che le produzioni animali (per le piume, le pelli, i filati) hanno sugli animali in primis, sull’ambiente e spesso anche sulla salute umana, attuando un percorso via via destinato a diventare 100% Animal Free.

Simone Pavesi
Responsabile LAV area Moda Animal-Free