Animali e tutela giuridica, il nostro intervento alla John Cabot University

Il 9 febbraio saremo presenti, con Alessandro Fazzi del nostro Ufficio Legale, alla tavola rotonda organizzata dalla John Cabot University di Roma dal titolo “Oltre l’antropocentrismo”, un’occasione per discutere e indagare il tema del delicato rapporto tra l’essere umano e gli altri animali.

 
Nel nostro intervento tenteremo di rispondere alla domanda: “Quali sono le condizioni perché gli animali siano riconosciuti come persone giuridiche?”
 

Un soggetto di diritto (legal person in inglese) è quel soggetto che può prendere parte a rapporti giuridici ed è, per questo, destinatario delle norme di un ordinamento. Al momento, gli animali non umani non sono riconosciuti quali soggetti di diritto, bensì quali oggetti. Per questo, in Italia, ne è consentita la vendita e le norme del Codice penale proteggono i sentimenti verso gli animali e non, direttamente, gli animali stessi, anche se tale posizione è al momento oggetto di discussione a livello giurisprudenziale.

Sono sempre più numerose le istanze che richiedono il riconoscimento della qualifica di soggetti giuridici agli animali non umani, istanze che in alcuni casi sono arrivate fino alle Corti di Tribunale. Negli Stati Uniti, ad esempio, associazioni per i diritti animali hanno chiesto la liberazione di scimpanzé ed elefanti tramite lo strumento dell’habeas corpus (il principio di common law che tutela l’inviolabilità personale) o per violazione dell’emendamento sulla schiavitù. In Argentina, a seguito di una vittoria in tribunale rispetto al riconoscimento della sua natura di soggetto di diritto, lo scimpanzé Cecilia è stato liberato da uno zoo e trasportato in un Centro di recupero in Brasile.

Le spinte verso il raggiungimento del riconoscimento si stanno moltiplicando e le Corti si trovano sempre più in difficoltà nel difendere la visione degli animali quali semplici oggetti, anche sulla scorta del sempre più diffuso riconoscimento della loro natura di esseri senzienti. Per questo, anche laddove i Tribunali negano tale riconoscimento, lo fanno con sempre minor convinzione o, addirittura, ammettendo che il diritto attualmente in vigore potrebbe ben presto essere considerato quale un’ingiustizia, come lo sono oggi le norme che consentivano la schiavitù umana o ammettevano discriminazioni legalizzate.