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“Cani Liberi e Accuditi”: conclusa la prima fase operativa assieme ai comuni di Tivoli e Guidonia

L'obiettivo è un modello di convivenza che permetta ai cani di vivere liberi, accuditi e in sicurezza.

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Ultimo aggiornamento

venerdì 02 ottobre 2026

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Quella appena conclusa è soltanto la prima fase

50 cani, 23 femmine e 27 maschi. Sono i cani liberi delle cave di Tivoli e Guidonia che abbiamo sterilizzato durante la prima fase operativa del progetto, dal 24 settembre al 1° ottobre. Per ciascuno di loro il nostro intervento non si è limitato alla sterilizzazione. Ogni cane è stato visitato, identificato, sottoposto ai trattamenti veterinari previsti e seguito durante il risveglio e per le successive 24-48 ore, prima di tornare nel proprio territorio.

Ma lavorare con cani nati e cresciuti liberi richiede modalità diverse da quelle che utilizzeremmo con un cane abituato alla vita in famiglia.

Dalla cattura alla visita veterinaria

Una volta catturati, i cani sono stati trasportati al campo base, dove avevamo allestito una struttura veterinaria da campo per poter effettuare in sicurezza tutte le procedure sanitarie.

Per ogni cane abbiamo creato una scheda sanitaria individuale, registrando le caratteristiche dell'animale, le condizioni al momento dell'arrivo, la zona e il punto di cattura e, successivamente, tutti i farmaci e i trattamenti somministrati. Ogni cane è stato inoltre identificato con microchip intestato al Comune di appartenenza e con una marca auricolare, che permette di riconoscere anche a distanza gli animali già censiti e sterilizzati.

Le marche auricolari saranno registrate in un apposito registro comunale e associate al numero di microchip che identifica individualmente ciascun cane nell'anagrafe canina. Questo significa che i cani che tornano liberi sul territorio non sono cani “di nessuno abbandonati a loro stessi”: sono animali censiti, identificati e riconoscibili, dei quali conosciamo provenienza e storia sanitaria.

Sterilizzazione, prevenzione e controllo sanitario

Tutti i 50 cani sono stati sottoposti a sterilizzazione chirurgica. A tutti è stato somministrato un antibiotico a lungo rilascio e sono stati somministrati farmaci antinfiammatori e antidolorifici, sia in concomitanza con l'intervento sia prima della reimmissione sul territorio.

Nei casi in cui durante la visita o l'intervento sono state riscontrate condizioni che richiedevano un'attenzione ulteriore – come mucometra, piometra o presenza di feti ritenuti in addome – è stato somministrato un ulteriore antibiotico a lungo rilascio, con una copertura di circa due settimane.

Tutti i cani hanno inoltre ricevuto un trattamento antiparassitario a lunga durata, con protezione fino a un anno.

Le condizioni generali della popolazione che abbiamo incontrato sono risultate nel complesso buone: sono stati osservati pochissimi casi di parassiti esterni o di magrezza marcata. Il 16% dei cani è risultato positivo al test per la Leishmania. La positività all'infezione non equivale automaticamente a malattia clinica: la valutazione e l'eventuale trattamento dipendono dalle condizioni del singolo animale e dagli ulteriori accertamenti necessari.

Per questo anche questi cani saranno inseriti nel percorso di monitoraggio sanitario previsto dal progetto. Come ogni procedura chirurgica che preveda un’anestesia, anche la sterilizzazione comporta un margine di rischio, che deve sempre essere valutato e bilanciato con i benefici attesi.

Nel caso di questi cani, significa considerare anche ciò che comporterebbe non intervenire: gravidanze e parti ripetuti, allattamenti, accoppiamenti, possibili infezioni, nuove cucciolate e un progressivo aumento della popolazione, con conseguenze sul benessere degli animali e sulla possibilità di garantire loro una gestione sostenibile sul territorio.

Senza un controllo delle nascite, inoltre, molti dei cuccioli rischiano, come successo molte volte in passato, di essere prelevati dal territorio e di finire in canile.

Perché i cani sono rimasti in degenza per 24-48 ore?

Dopo l’intervento, ogni cane è stato trasferito nell’area di degenza post-operatoria e sorvegliato costantemente per un periodo compreso tra le 24 e le 48 ore, in base alle sue condizioni e alla valutazione veterinaria.
I cani non sono mai rimasti soli: anche durante la notte erano sempre presenti almeno due persone incaricate di controllare il risveglio dall’anestesia, il comportamento e le condizioni generali. Al termine del periodo di degenza e dopo aver verificato le condizioni del singolo animale, i cani sono stati riportati esattamente nelle aree dalle quali erano stati prelevati.

Perché non trattenerli più a lungo? Perché più tempo in cattività non significa necessariamente maggiore tutela.
Questi non sono cani abituati a vivere in casa, a essere manipolati dalle persone o a uscire al guinzaglio. Sono cani semi-ferali, alcuni con una distanza dall’essere umano ancora maggiore, nati e cresciuti liberi e abituati a muoversi autonomamente all’interno del proprio territorio e del proprio gruppo sociale.

Trattenerli per giorni all’interno di una gabbia o di un box significherebbe sottoporli a una condizione per loro fortemente innaturale. E non possiamo gestirli come faremmo con un cane di famiglia: non possiamo semplicemente mettere loro pettorina e guinzaglio e portarli fuori per camminare, urinare e defecare.

Questo ha conseguenze molto concrete anche sul recupero post-operatorio. Molti cani con queste caratteristiche, infatti, tendono a non fare i propri bisogni all’interno dello spazio ristretto nel quale sono temporaneamente contenuti. Lo abbiamo osservato direttamente durante questa prima fase: al momento della reimmissione, molti cani hanno urinato a lungo non appena usciti dalla gabbia, in alcuni casi anche per circa un minuto.

Dopo un’anestesia e un intervento chirurgico è importante favorire il progressivo ritorno alle normali funzioni fisiologiche, compresi movimento, minzione, idratazione e alimentazione. Una permanenza prolungata in un ambiente confinato può invece diventare controproducente per animali che vivono questa condizione con un livello di stress molto elevato.

Lo stress può infatti incidere anche sull’assunzione di acqua e cibo: cani semi-ferali sottoposti a una contenzione prolungata possono rifiutarsi di alimentarsi e, in alcuni casi, bere poco o non bere affatto, rallentando così proprio quel recupero che si vorrebbe favorire trattenendoli più a lungo.

Per questo, nella gestione post-operatoria è necessario bilanciare le esigenze cliniche con quelle comportamentali e di benessere del singolo animale. Una volta superata in sicurezza la fase immediatamente successiva all’intervento, completato il periodo di osservazione e verificate le condizioni cliniche, prolungare la permanenza in gabbia in assenza di una necessità sanitaria non avrebbe significato necessariamente proteggere maggiormente il cane: avrebbe potuto, al contrario, aumentarne lo stress e ostacolare il ritorno alle sue normali funzioni fisiologiche.

È un principio ben conosciuto anche nella medicina degli animali selvatici e degli animali che vivono liberi sul territorio: le modalità e i tempi di gestione devono tenere conto non soltanto della procedura sanitaria, ma anche delle particolari esigenze legate alla cattura, alla contenzione, al recupero e alla successiva liberazione.

Anche sui lupi liberi, ad esempio, sono documentati interventi chirurgici di sterilizzazione eseguiti sul campo, seguiti dal ritorno degli animali alla vita libera. Il paragone non significa naturalmente che un cane semi-ferale sia un lupo: serve a comprendere perché la gestione di un animale non abituato alla manipolazione umana non possa essere semplicemente sovrapposta a quella di un cane di famiglia.

La scelta della reimmissione dopo 24-48 ore di osservazione ha quindi tenuto insieme entrambi gli aspetti del benessere: la sicurezza del decorso post-operatorio e la necessità di restituire quanto prima il cane al proprio ambiente e alle proprie normali attività, quando le sue condizioni lo consentivano.

Il monitoraggio, inoltre, non si è concluso con la reimmissione. Nei giorni successivi abbiamo continuato a osservare i cani sul territorio anche attraverso le telecamere installate sulle gabbie e sui recinti utilizzati per le catture, in collaborazione con i professionisti di Stray Dogs International Project. Questo ci ha permesso di verificare a distanza il loro ritorno alle normali attività e di proseguire l'osservazione anche dopo il rilascio.

Reimmettere non significa abbandonare

Quando un cane viene riportato nel territorio in cui è nato e ha sempre vissuto, non viene abbandonato. Torna nel proprio ambiente e, per quanto possibile, nel proprio gruppo sociale, ma da quel momento è un cane identificato, sterilizzato, censito e inserito in un sistema di monitoraggio.

È questa la logica dell'intero progetto: costruire un modello in cui la tutela dei cani liberi non coincida automaticamente con la loro cattura e la reclusione permanente in canile, ma possa significare anche permettere loro di continuare a vivere liberi in condizioni controllate e più sicure, riducendo progressivamente le nascite e garantendo sorveglianza e assistenza quando necessarie.

E adesso?

Quella appena conclusa è soltanto la prima fase.
Entro la fine di novembre realizzeremo una formazione dedicata ai volontari del territorio, con particolare attenzione alle corrette modalità di alimentazione. Concentrare la somministrazione del cibo in punti individuati e gestirla in maniera coordinata è fondamentale sia per monitorare i cani sia per prepararci alla fase successiva.

A dicembre è prevista una seconda sessione di sterilizzazioni: potremo così intervenire anche sui cani che in questa prima fase non erano sterilizzabili per età o condizioni fisiologiche, oltre che sui cani che non siamo ancora riusciti a raggiungere.

Il lavoro, quindi, continua. E continuerà anche dopo le sterilizzazioni, perché l'obiettivo non è semplicemente "operare dei cani", ma costruire insieme ai Comuni e al volontariato locale un sistema stabile di gestione, alimentazione e monitoraggio della popolazione.

Un modello che parte da un principio semplice: per tutelare davvero questi cani dobbiamo conoscerli per quello che sono, rispettarne le caratteristiche e costruire gli interventi intorno ai loro bisogni, non costringerli ad adattarsi ai nostri.