Effettuato su roditori per misurare la "disperazione comportamentale" nella depressione, è simile a una tortura.
Una nuova pubblicazione scientifica [1] conferma le enormi criticità di uno dei test più invasivi: quello del nuoto forzato.
Si tratta di un esperimento che assomiglia a una vera e propria tecnica di tortura in un film anni '70 perpetrata in nome di una falsa scienza.
Infatti, durante il test i roditori vengono posti in un apparato riempito d'acqua che, dopo i primi tentativi di fuga, adottano una postura immobile. Lo scopo, presunto, è osservare la "disperazione comportamentale" misurando il tempo di immobilità e ritardo psicomotorio come un sintomo centrale della depressione.
Negli ultimi anni, la FST è diventata oggetto di intenso dibattito sulla sua avversità etica e solidità scientifica, suscitando un controllo regolatorio globale tanto che il Regno Unito ha recentemente confermato la decisione di non autorizzare più questi test.
Assurdo pretendere che una malattia complessa come la depressione venga ridotta a una “semplice” immobilità dove insorgono stress, disagio, ipotermia e ipossia.
Diverse università britanniche si sono orientate verso tecnologie emergenti tra cui optogenetica, sistemi organ-on-a-chip e analisi AI basate su biomarcatori.
Il futuro dello screening degli antidepressivi risiede in modelli eticamente allineati e centrati sull'uomo.
Non vogliamo un'Italia fanalino di coda dell'Europa, ma una Nazione che torni ad essere di esempio per la ricerca comunitaria e mondiale, per fare ciò bisogna investire ora nei modelli human-based e chiedere fondi destinati ai modelli animal-free, che attualmente sono inesistenti.