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IL MASSACRO CHE CHIAMANO PESCA

Gli animali acquatici non sono vessati, torturati, sfruttati e maltrattati solo negli allevamenti, ma anche al di fuori da essi, con ogni mezzo, modalità e finalità.

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IL MARE TRASFORMATO IN UNA TRAPPOLA

Il mare e non solo. Anche quando "regolamentate", le pratiche di pesca provocano stress insopportabile, ferite lancinanti e morte a un numero sterminato di esseri senzienti. Pesci che agonizzano per soffocamento, corpi schiacciati, animali lasciati morire sui ponti delle imbarcazioni

Dal palangaro alla rete a strascico: ogni tecnica una condanna a morte

I più diffusi metodi e strumenti di pesca:

Le reti abbandonate continuano a uccidere.

Sofferenza nella pesca ricreativa

Lenze, canne, ami e piccoli attrezzi da raccolta sono utilizzati anche nella pesca ricreativa, nella quale il pesce muore dopo una lunga agonia e ferite, perché non vi è alcuna procedura di uccisione né controlli effettivi. Qualcuno potrebbe pensare che questo tipo di pesca abbia un impatto infinitesimale, ma non è così, perché i controlli sono difficili.

Non vi è al momento obbligo di registrazione per tutte le specie del numero delle catture per pescatore, e molti pescatori amatoriali non conoscono o non rispettano le dimensioni minimi pescabili per specie, i divieti e i periodi di riproduzione.

CATTURE IN MARE E ALLEVAMENTI: IL LEGAME CHE NON SI VEDE

Il tema della pesca è strettamente legato agli allevamenti perché per crescere e ingrassare gli animali allevati, si catturano in mare moltissimi altri animali acquatici: soprattutto piccoli pesci, spesso chiamati “pesce foraggio”.

In pratica, per nutrire alcuni pesci destinati al consumo, si sottrae la vita a un numero enorme di altri individui pescati in massa, uccisi e trasformati in mangime.

Una sofferenza invisibile ma gigantesca.

Basta pensare che per produrre 1 kg di tonno allevato possono servire fino a 20 kg di pesce ridotto in farina o mangime.

Il dramma si moltiplica con le specie 'non bersaglio' che vengono coinvolte nella pesca: delfini, tartarughe marine, razze, squali. Anche animali protetti dalla legge non sono al sicuro da questa violenza indiscriminata.


L'ITALIA E IL PESO DI UNA FLOTTA CHE SEMINA DOLORE E MORTE

Il Mar Mediterraneo è uno degli ecosistemi marini più ricchi di biodiversità al mondo, ma anche tra i più sovra-sfruttati.

L'Italia, con oltre 7.500 chilometri di costa, gestisce una delle flotte da pesca più imponenti e una parte significativa di questa flotta è composta da imbarcazioni che praticano la pesca a strascico.

Secondo il rapporto della Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM) della FAO, la Zona FAO 37, che identifica la macro-area di pesca che comprende il Mar Mediterraneo e il Mar Nero, conta circa 68.000 imbarcazioni di piccola scala, che rappresentano l'82% del totale, ma solo 1/5 del pesce pescato.
A queste si affiancano 6700 pescherecci a strascico e 4300 pelagici, responsabili delle catture più consistenti.

Nel Mar Mediterraneo, l'Italia rimane il principale paese produttore, con una media di sbarchi di pesci pari a 112 455 tonnellate nel periodo 2022–2023, equivalenti al 17,7 % del totale.


OGNI ANIMALE VUOLE VIVERE: NON ESISTONO SPECIE DI SERIE B

Tutte le creature intrappolate nelle reti o pescate all'amo hanno istinto di sopravvivenza, desiderano vivere. Lottano e si dibattono in acqua e fuori. Soffocano ed emettono drammatiche urla silenziose.

La loro agonia è reale. E ignorata.

Non è assolutamente sufficiente salvaguardare solo le specie protette, comunque minacciate anche da tecniche di pesca non selettive, dalla pesca di frodo e dalle spesso conseguenti reti fantasma, ma è necessario uno sforzo maggiore e deciso per difendere anche tutte quelle specie che non godono di tutele. 

COSA PUOI FARE TU

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