Allevamenti ed epidemie: passo breve. Agire ora per futuro #NONCOMEPRIMA

La segnalazione - avvenuta a novembre in Canada - di un caso positivo alla rara influenza suina A (H1N2), in una persona sottoposta a test per COVID-19, favorisce una ulteriore riflessione sui virus che colpiscono i maialiI virus influenzali suini mutano nel tempo e possono essere soggetti a ricombinazioni genetiche anche con virus influenzali umani, questo è ormai verificato. Ne è stata testimonianza la diffusione pandemica dell'influenza H1N1, nel 2010.

Alcuni dati, per capire le dimensioni della popolazione suina: a livello mondiale tra il 1961 (406.18 milioni) e il 2018 (978.33 milioni). In Cina, nello stesso arco di tempo, i maiali sono passati da 85.62 milioni a 447.18 milioni, con un incremento di +361.56 milioni di individui. (FAO 2020).

L'attuale rischio è concretizzato anche dalla diffusione della Peste Suina Africana (PSA), che colpisce sia i suini selvatici che quelli 'domestici'. Come precisa EFSA, la PSA è una malattia di solito letale per gli animali. Non esistono vaccini né cure, l'unica barriera è l'abbattimento 'preventivo' dei suini infetti e sospetti infetti. Alla fine del 2019 la malattia era presente in nove Stati UE: Belgio, Bulgaria, Slovacchia, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania. La mappa dei casi aggiornata (selvatici + domestici) ci fa capire come non bisogna mai abbassare la guardia e ciò viene confermato dalla situazione fotografata rispetto ai 'domestici'.

La SARS -CoV -2 è l'esempio più recente di virus infettivo zoonotico emergente che ha convertito in realtà il suo "potenziale pandemico", con il caso visoni, ha dimostrato che il rischio di una circolazione del virus negli animali, e soprattutto negli animali selvatici, è che si perda il controllo dell'infezione e che la pandemia diventi una panzoozia.

Oggi, nel pieno della seconda emergenza di Covid-19 i meccanismi di trasmissione e diffusione dei virus ci sono molto più familiari. Ne vediamo la forza, la scaltrezza e il potere letale, siamo anche consapevoli degli enormi costi, visibili e sommersi che le epidemie rappresentano per la società. Gli esperti che hanno redatto il recentissimo rapporto IPBES stimano i costi di prevenzione delle pandemie come 100 volte inferiori al costo di risposta alle pandemie.

Arrestare le catene di contagio - tra animali e animali e tra animali e umani - è un dovere. Il primo, fondamentale passo è non incentivare gli allevamenti, quindi non mangiare alimenti di origine animale. E far calare quei numeri di milioni di animali che abbiamo citato sopra. Semplice e definitivo: urgono quindi politiche serie e lungimiranti che favoriscano la sostituzione delle proteine animali con le proteine vegetali. #NONCOMEPRIMA.

Paola Segurini, Area Veg LAV e Roberto Bennati, Direttore Generale LAV