Sfruttamento animale e insorgenza e diffusione di malattie: il legame e' la mano dell'uomo! #NONCOMEPRIMA

Le notizie recenti hanno portato l’attenzione di tutti all’emergenza della peste suina africana (PSA), una malattia che colpisce i suidi selvatici e domestici e per cui non esiste cura né vaccino.

Ma le malattie che si sviluppano e diffondono nelle popolazioni di animali selvatici, hanno una funzione regolatrice importantissima, consentendo di tenere sotto controllo l’espansione numerica delle specie e contribuendo alla selezione naturale degli individui.

Queste malattie diventano un problema sanitario o economico quando le abitudini umane, il nostro modello di sviluppo e le attività ad esso correlate, mettono in stretta relazione il mondo occupato dagli animali selvatici con quello di noi umani, al punto da costituire un ponte che consente la diffusione dei patogeni in ambiti dove non sarebbero mai giunti naturalmente.


LE ORIGINI DELLA PESTE SUINA AFRICANA
 

La PSA è una malattia che ha origini lontane, come mostra il nome stesso, e che si è ormai diffusa ben fuori dai confini del continente africano a seguito delle movimentazioni di animali infetti e prodotti animali contaminati a opera dell’uomo.

Le conseguenze sono nefaste, con quasi il 100% di mortalità negli animali colpiti, che muoiono in pochissimi giorni. Nel continente europeo, la PSA si diffonde tramite i prodotti contaminati di derivazione animale, ma anche più banalmente utilizzando come vettore indumenti e scarpe oppure grazie al contagio trasmesso nelle popolazioni di cinghiali allo stato selvatico. Solo nel 2021 in Romania sono stati identificati 2.361 focolai della malattia, 1.681 in Polonia e 653 in Ungheria.

Tale situazione epidemiologica ha sempre fatto presupporre che l’eventuale ingresso della PSA nel nostro Paese sarebbe avvenuto da est a causa dell’avanzare del fronte epidemico tra i cinghiali.


COME E’ ARRIVATA IN ITALIA
 

Il rinvenimento di carcasse di cinghiale contaminate nelle province di Alessandria e Genova, in contesti distanti centinaia di chilometri dal “fronte est”, ha invece sovvertito ogni ipotesi, dimostrando ancora una volta la diretta responsabilità dell’uomo nella diffusione delle patologie.

Il virus ha quindi fatto il suo ingresso in Italia a seguito delle persone, sotto forma di carni o indumenti contaminati. In quest’ultimo caso potrebbe essersi trattato di vestiario o scarpe utilizzate da cacciatori rientrati da una “trasferta venatoria” nei paesi dell’Est Europa. Il virus, infatti, si mantiene attivo per lunghissimi periodi anche fuori dal corpo dell’ospite ed è proprio per questo motivo che l’EFSA, l’ente europeo per la sicurezza alimentare, indica i cacciatori come i principali possibili vettori del virus, coloro che possono fare da ponte tra il mondo selvatico e gli allevamenti di suidi favorendo così la diffusione del virus nei contesti produttivi.


IL RUOLO DELLA CACCIA
 

La caccia, troppo frequentemente indicata come soluzione a qualsiasi problema inerente il rapporto tra uomo e animali selvatici, nel caso della PSA rappresenta ancor di più un’attività che favorisce la diffusione della malattia.

È estremamente pericoloso, infatti, come accade sotto la spinta delle associazioni venatorie, richiedere campagne straordinarie di abbattimento dei cinghiali.

Oltre ad essere scientificamente assodato che non esiste alcuna correlazione tra la densità di cinghiali presenti sul territorio e il rischio di diffusione e persistenza della patologia, la pressione venatoria indotta nei confronti dei cinghiali aumenta la loro mobilità e di conseguenza contribuisce pesantemente alla diffusione del virus in aree ancora non interessate dalla sua presenza.

La caccia e ogni altra forma di disturbo dei cinghiali devono invece essere immediatamente sospese ovunque, perché gli animali non conoscono i confini tra zone infette e non, potendo tranquillamente entrare nella zona infetta per poi uscirne con il loro strascico di virus attivi e con un effetto domino contagiare altre aree prima indenni.

Anche la Peste Suina Africana è quindi figlia delle alterazioni indotte dall’uomo alle popolazioni di animali selvatici.

Ancora una volta il mancato rispetto dell’alterità di quelle forme di vita ha come conseguenza effetti disastrosi che ricadono, oltre che sugli animali, anche su noi umani, incapaci di adeguarci a un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: mantenere le distanze dagli animali selvatici, a beneficio di tutti, animali e persone.


LA NON-SOLUZIONE: UCCIDERE MILIONI DI ANIMALI
 

La discussione pubblica si concentra prevalentemente sulla perdita economica che questa malattia potrebbe causare se colpisse anche i suini negli allevamenti, causando perdite dirette per la morte degli animali ed indirette per le restrizioni che verrebbero imposte alle esportazioni di carni e prodotti derivati dai suini.

Nel corso degli ultimi anni, in Cina sono stati uccisi milioni di suini, un’enorme parte della popolazione di suini allevati, proprio per scongiurare il pericolo di diffusione della malattia. Uccisione che tutti ricorderanno, quella dei suini in Cina, perché avvenuta in modo cruento e senza alcuna considerazione dell’enorme sofferenza di questi animali, interrati e bruciati vivi, come mostrano le immagini raccapriccianti circolate su tutti i media. Ma anche in un paese come l’Italia, dove pur vigono norme a maggiore tutela degli animali al momento dell’abbattimento, il copione è lo stesso.

La logica sembra stravolta: per scongiurare la diffusione della malattia che ucciderebbe i suini, si decide di ucciderli in via preventiva.

Non fa una piega. Non fa nessuna piega nel mondo in cui viviamo, in cui la produzione alimentare è basata sullo sfruttamento degli animali, che fungono da mere unità produttive, e di cui si dispone senza remore a seconda dell’emergenza o dell’esigenza del momento.

Una storia già vista: ad oggi, solo nel nostro Paese, sono stati abbattuti o morti per malattia, oltre 15 milioni di volatili tra polli, galline, tacchini, faraone, quaglie ed altri, usati per la produzione di carne e di uova, a causa della proliferazione del virus dell’influenza aviaria che ha visto la diffusione di oltre 300 focolai, come abbiamo documentato nel nostro approfondimento .

La logica sembra essere quella di uccidere tutti, fare tabula rasa, per interrompere la diffusione della malattia. Fino alla prossima ondata.

Una strategia in spregio della definizione degli animali come esseri senzienti, che provano dolore, gioia, e sono invece in modo routinario esposti ad una sofferenza evitabile.

Animali selezionati per essere allevati, al fine di diventare un prodotto commerciabile: petto di pollo, cosce di pollo, ali di pollo, uova, petto di tacchino, coscia di maiale, prosciutto, e via dicendo. Pezzi di corpi di animali, ciò che realmente ha valore nel mondo basato sul loro sfruttamento.


LA MANO DELL’UOMO
 

Animali malati, incapaci di difendersi dagli agenti patogeni, creati attraverso una selezione genetica che li rende veri e propri animali creati dall’uomo. Questi animali soffrono durante tutta la loro breve vita condizioni di grave privazione, sono esposti costantemente ad infezioni e malattie conseguenti alla conformazione stessa del loro corpo selezionato per l’estrema produttività. Ma questo è parte integrante del sistema. Gli animali infatti sono tenuti in capannoni industriali, dove sono stipati senza mai vedere la luce del sole e respirare aria fresca, tenuti isolati dall’esterno per evitare qualunque contagio, qualunque esposizione. Tenuti prigionieri di una non vita, come mostrato dalle numerose investigazioni fatte da LAV nel corso degli ultimi anni.

Si arriva a parlare delle malattie, insite e conseguenti a questo sistema di sfruttamento, solo in due casi:

  • quando esiste una minaccia concreta per l’uomo, come nel caso dell’aviaria, o ancora della brucellosi e della tubercolosi (come nel caso delle bufale in Campania), e ancora dell’antibiotico-resistenza, aggravata dal massiccio uso di antibiotici in zootecnia,
  • oppure quando ci sono grandi interessi economici a rischio.

E come conseguenza, sono cospicui i fondi stanziati per sostenere il “comparto”

Per esempio, da ultimo, sono 50 milioni i fondi previsti dal decreto Sostegni ter per gli allevatori di suini che si vedono costretti alla macellazione preventiva dei maiali. 50 milioni che si aggiungono alle altre decine di milioni destinate alla zootecnia previste da disposizioni nazionali precedenti, ed alle decine di miliardi in arrivo dal PNRR e dalla PAC. Fondi pubblici, pagati da ciascun cittadino, che si aggiungono ai costi derivanti dalle esternalità negative sia ambientali che sanitarie legate al ciclo di produzione e consumo di carne in Italia, che si attestano intorno ai 37 miliardi di euro e gravano su tutta la collettività.


NON TORNIAMO COME PRIMA
 

E se non si riconosce che la malattia è coltivata in seno al nostro stesso sistema, nessuna eradicazione sarà sufficiente per risolvere il problema, ed altra sofferenza ed altri rischi saranno ad aspettarci dietro l’angolo per scatenare la prossima emergenza.

Ormai da due anni chiediamo di non tornare come prima, attraverso un totale ripensamento del nostro rapporto con gli animali, che sia basato sul rispetto e sulla convivenza pacifica su questa Terra.

#noncomeprima