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La nostra rubrica sulla carne coltivata

Approfondisci la tua conoscenza della carne coltivata, su quanto nutre, sul risparmio di vite animali, sulle emissioni, su come contrasterà il diffondersi di zoonosi e sul costo e poi tutti i falsi miti che la circondano!

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sabato 20 maggio 2023

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Area food

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Altri 5 falsi miti sulla carne coltivata

1.     La carne coltivata è un prodotto solo delle “big corporate”

Solo lo scorso anno sono nate 20 nuove startup di carne coltivata, portando il conteggio delle imprese del settore a un totale di 156, divise in 26 Paesi del mondo. L’interesse (e la necessità) di innovare l’attuale industria alimentare è sempre maggiore e la carne coltivata si sta affermando sempre più come una delle possibili vie di cambiamento.

Secondo il Good Food Institute, le potenzialità della carne coltivata sono infatti in continua crescita. Non è dunque una stranezza che si ritrovino nomi noti anche in questo nuovo settore, tra cui grandi aziende di carne come JBS Foods (americana) o investitori famosi come Leonardo DiCaprio. Delle oltre 150 aziende che si occupano di sviluppare e produrre alimenti da agricoltura cellulare sicuramente qualcuna avrà ottenuto finanziamenti da persone o imprese che possono essere considerati controversi, ma le più sono indipendenti o finanziate dai propri Governi, alcuni dei quali hanno svolto un ruolo importante nel sostenere lo sviluppo dell'industria della carne coltivata. Nel 2022, Israele ha infatti concesso una sovvenzione di 18 milioni di dollari a un consorzio di 14 aziende produttrici di carne coltivata e a 10 università e istituti di ricerca. Mentre il governo olandese ha stanziato 60 milioni di dollari di finanziamenti pubblici per la creazione di un ecosistema attorno all'industria della carne coltivata e del latte.

Ciò a cui si sta assistendo è il semplice riconoscimento da parte di diversi e variegati attori della nascita di un nuovo settore industriale, innovativo, ecologico e non ancora saturo come molti altri. Il fatto che anche “big corporate” o macro-investitori abbiamo deciso di interessarsene non è una novità e non è nulla di diverso da quanto già non accada da decenni in altri campi dell’industria alimentare, a cui forse si è più abituati per farcisi caso. Ad esempio il caffè Nespresso, il cioccolato Perugina e le bevande S. Pellegrino, sono tutti prodotti di proprietà di Nestlè, uno dei gruppi più ricchi e potenti al mondo, ma anche trai più inquinanti e accusati di avvalersi di lavoro minorile. Il tema da porsi non è quindi che vi siano persone o grandi aziende coinvolte nello sviluppo della carne coltivata, bensì il fatto che si abbia estrema necessità di una transizione alimentare che coinvolga consumatori, produttori e governi, per l’ambiente, per gli animali e per la salute umana.

2.     La carne coltivata sostituirà la tradizione agricola

La carne coltivata al momento non è ancora disponibile per la vendita ed il consumo in Europa, anche se l’EFSA (European Food Safety Authority) è impegnata in frequenti confronti con specialisti e tecnici del settore per sviluppare una normativa adeguata e accogliere le prime richieste di valutazione di nuovi alimenti. Un esempio dell’impegno dell’EFSA al riguardo è stato l’ultimo Colloquium “Cell Culture-derived Foods and Food Ingredients”, in cui peraltro si ha riaffermato la necessità di innovare velocemente e in modo sicuro, etico e sostenibile il modo in cui ci alimentiamo.
La preoccupazione del settore zootecnico e la paura che la carne coltivata possa sostituire la tradizione agricola, oltre che poco fondate, sono anche in anticipo sui tempi. Benché LAV si augura che il progresso in fatto di cultured meat sia veloce e si possa presto commercializzare un nuovo prodotto alimentare che non dipenda dallo sfruttamento e dalla sofferenza animale, l’introduzione di carne coltivata sul mercato sarà sicuramente graduale e inscritta in una più ampia strategia volta ad implementare la necessaria ed inevitabile transizione alimentare.
Il settore zootecnico
, più che dalla carne coltivata, è infatti sempre più minacciato dai cambiamenti climatici. Secondo le previsioni del Fairr (Farm Animal Investment Risk and Returns), i costi causati dalla crisi climatica dovrebbero comportare, entro il 2030, una riduzione degli utili di 23,7 miliardi di dollari per le 40 maggiori aziende di allevamento del mondo. Il presidente del Fairr ha dunque commentato dicendo che “Le aziende di carne devono adattarsi rapidamente oppure ne pagheranno il prezzo, […] per mitigare l’evidente rischio, le aziende zootecniche dovrebbero adottare un approccio scientifico ed esplorare nuove strategie, compresa la diversificazione di prodotti con alternative plant based”. Jeremy Coller, il presidente del Fairr, ha precisamente descritto il funzionamento della transizione alimentare, indicando la direzione in cui l’industria agroalimentare deve inevitabilmente voltarsi.

3.       La carne coltivata provoca un maggiore rischio di contaminazioni tra specie

Una delle tante accuse fatte alla carne coltivata è relativa al rischio di cross-contaminazione durante il processo produttivo, come fatto, per esempio, dall’On. Siracusano durante l’interpellanza urgente dello scorso aprile. Analizzando la ricerca condotta da OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità)  e FAO (Food and Agricolture Organization of the United Nations) emerge che questo rischio è presente solo in due delle quattro fasi produttive e che:

-        Il rischio di cross contaminazione nella fase di approvvigionamento cellulare è analogo un tipo di rischio simile è presente anche nella produzione di alimenti convenzionali e nelle colture cellulari per scopi terapeutici. Per mitigare il rischio è necessario seguire le buone pratiche pertinenti la conservazione delle cellule, il mantenimento di un registro dei dati per le fiale di cellule prelevate dal criostorage (conservazione in azoto liquido) e controlli regolari della qualità al microscopio per verificare la presenza di altre cellule o di contaminanti.

-       Nella fase di produzione dell’alimento, il rischio è paragonabile a un tipo di rischio simile, presente anche nella produzione di alimenti convenzionali e nella coltura di cellule per scopi terapeutici. È possibile mitigare il rischio seguendo buone pratiche, tramite l’ispezione visiva di apparecchiature, accessori e componenti, con il monitoraggio continuo delle celle e l’implementazione di controlli.

Il rischio che vi sia una cross-contaminazione è, infatti, presente nelle linee produttive di moltissimi alimenti che vengono acquistati tutti i giorni, tuttavia per i prodotti già in commercio non vengono creati allarmismi strategici.

Inoltre, uno dei veicoli principali di contaminazione è il brodo di coltura in cui le cellule sono immerse per potersi riprodurre, fino a poco tempo fa derivato dal siero fetale bovino (BFS). Il BFS, oltre a porre evidenti problematiche da un punto di vista etico, dal momento che prevede l’uccisione di una mucca gravida e del suo feto per essere prodotto, può essere veicolo di contaminazione. Per questi motivi, ricercatori ed esperti internazionali sono concordi sulla necessità e possibilità di sostituirlo con un liquido di coltura senza alcuna componente animale, come anche ribadito da due ricercatori del settore, durante l’evento organizzato da LAV nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile di ASviS.

4.     La carne coltivata non è un cibo accessibile alla maggioranza delle persone

La ricerca sulla carne coltivata ha fatto molti progressi negli ultimi dieci anni: si pensi che il primo burger da agricoltura colturale prodotto nel 2013 aveva un costo di 330.000$, mentre la ricerca condotta da Delft CE ha stimato che entro il 2030 il costo per 1kg di carne coltivata potrebbe essere inferiore ai 6$.

È dunque sensato ritenere che, anche se inizialmente i primi prodotti colturali potrebbero essere più costosi, sostenendo e sviluppando l’industria degli alimenti cell cultured-based il prezzo potrebbe facilmente essere accessibile a gran parte della popolazione, allineandosi al costo attuale della carne ottenuta dalla macellazione di animali. Anche in virtù di ciò, è essenziale che l’Italia non perda l’opportunità di competere in questo settore con gli altri Paesi europei: producendo carne coltivata a livello nazionale sarà possibile contenere maggiormente i costi, piuttosto che importare prodotti colturali dall’estero.

5.      I laboratori occuperebbero troppi terreni danneggiando il territorio e l’agricoltura

Nell'ultimo secolo, i bioreattori hanno svolto un ruolo sempre più importante producendo prodotti da cui dipendiamo ogni giorno e sono alla base di alcune delle ricerche e delle innovazioni più all'avanguardia nel mondo dell'agricoltura, dei biocarburanti, dei biomateriali, della medicina e della produzione alimentare.

I serbatoi di fermentazione hanno da tempo consentito la produzione di massa di etanolo e altri composti come l'acetone e sono responsabili della maggior parte degli antibiotici oggi in commercio. Da anni anche l'industria alimentare utilizza i fermentatori per la produzione di massa di molecole specifiche utilizzate per produrre vitamine, integratori nutrizionali e alimenti trasformati arricchiti.

Sulla base di tali premesse, l'industria della carne coltivata utilizzerà i bioreattori per la coltura cellulare e la conseguente produzione di alimenti. I bioreattori non sono dunque nulla di nuovo o di spaventoso.

Secondo una ricerca diffusa dal Good Food Institute, inoltre, una produzione su larga scala di carne coltivata non sottrarrà terreni danneggiando il territorio, al contrario, i dati supportano questa la previsione per cui la carne coltivata risulta essere oltre 3 volte più efficiente del pollo convenzionale nel convertire il mangime in carne. L'aumento dell'efficienza delle risorse si traduce quindi in una riduzione della domanda di colture alimentari, che a sua volta contribuisce all'aumento della produttività, riduzione dell'uso del suolo e dell'acqua, oltre alla riduzione degli input come pesticidi e fertilizzanti.

Sarà quindi importante capire come i benefici della riduzione del fabbisogno di terreni della carne colturale potranno essere utilizzati per riconvertire attuali terreni agricoli utilizzati per l'alimentazione di animali in terreni per la produzione di più alimenti per l'uomo, per la produzione di energia rinnovabile o per la creazione di habitat selvatici.

 

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