I wet market di casa nostra

Da mesi siamo istruiti sulla terminologia straniera legata all’emergenza sanitaria causata da Covid-19: lock down, spillover, wet market, e molti altri. 

Ognuno di questi termini è connotato culturalmente, dal punto di vista scientifico e/o geografico, ma è diventato ormai di uso comune, adattato al contesto, che sicuramente differisce da quello originario (come d’altronde per ogni altro temine straniero utilizzato). Queste variazioni non rappresentano “forzature” semantiche, ma traduzioni culturali utili a descrivere la realtà e fornire strumenti di intellegibilità di fronte ad una situazione nuova. 

Per contrasto, però, abbiamo assistito anche a resistenze all’uso di termini che non troverebbero corrispondenze nel nostro Paese, molto distante culturalmente e geograficamente dai concetti rappresentati, nei “paesi d’origine”, da alcuni di quei termini. 

Ne è un esempio il concetto di Wet Market: i famosi mercati “bagnati” da cui ha avuto origine la diffusione (attraverso uno spillover tra specie) della varietà di coronavirus che ha provocato la più grande pandemia della storia, dopo la Spagnola. 

I wet market sono considerati un abominio lontano, che appartiene ad un mondo e ad una cultura distanti da noi. Nei wet market gli animali vivi, selvatici o “domestici”, (catturati o allevati) sono tenuti nelle stesse aree in cui vengono macellati e venduti, a contatto con i loro fluidi corporei: sangue, bava, liquidi biliari, liquidi gastrici, etc, sono i “responsabili” della connotazione di Wet “bagnato” data a questi mercati. 

In cinese, infatti, wet market si dice Shì huò shì chàng, che letteralmente significa “mercato di merce umida”. Umidi sono gli animali (merci) venduti, i banconi e le casse per l’esposizione, dove vengono lasciati agonizzare per ore, i coltelli usati, le scarpe dei visitatori…  

In Italia non esistono i wet market”: è l’affermazione ricorrente nei media (anche in interventi scientifici autorevoli) che rimarca la distanza tra “noi” e “loro”. Ma questo non è del tutto vero. Animali selvatici (allevati, cacciati) detenuti in condizioni assurde, venduti, ammassati e in contatto diretto con gli animali da “affezione” o da “reddito” e con animali umani: questo avviene anche in Italia. 

Sono “umide” le sagre e fiere di paese, le eviscerazioni dei cinghiali, gli allevamenti di animali selvatici atti al ripopolamento, le esposizioni-fiere di animali esotici e domestici, i mercati legali o illegali di fauna selvatica, le pescherie, legali o illegali, le macellazioni clandestine o quelle familiari (legali), e molti altri contesti davanti ai nostri occhi. 

Tutti questi casi sono assimilabili al concetto di Wet Market, sia per caratteristiche della “merce” venduta (esseri viventi, “umidi”), sia per le modalità di uccisione, smembramento (senza alcuna o molto carente vigilanza sanitaria) e quindi luoghi in cui potrebbero svilupparsi nuovi “salti di specie” di virus, o dove potrebbe avere origine un nuovo focolaio del Covid-19, come è successo in allevamenti di visoni, e in alcuni mattatoi e allevamenti di bovini e di suini in Italia, in Europa e nel Mondo.  

Tra i punti del Manifesto #noncomeprima è prevista anche la chiusura di tutti i “nostri” wet market: è necessario uno sforzo di traduzione culturale, che dimostra quanto siano in realtà vicini esperienze e abomini considerati lontani. Una “traduzione” necessaria e urgente che ai motivi etici che ci spingono a combattere le cause della sofferenza animale, affianca ragioni sanitarie, ma anche economiche, che non si possono ignorare e che ci spingono a chiedere una nuova normalità, #noncomeprima, per il futuro nostro e del Pianeta.

 
Andrea Casini
Responsabile Area Animali esotici
 
Guarda nella photogallery qui sotto, gli esempi di wet market intorno a noi