Home | ... | | La nostra rubrica sulla carne coltivata

La nostra rubrica sulla carne coltivata

Approfondisci la tua conoscenza della carne coltivata, su quanto nutre, sul risparmio di vite animali, sulle emissioni, su come contrasterà il diffondersi di zoonosi e sul costo e poi tutti i falsi miti che la circondano!

Leggi l'articolo

Ultimo aggiornamento

venerdì 28 aprile 2023

Topic


Area food

Condividi

Non bisogna credere alle non-verità di chi ostacola il futuro del Pianeta

1. La carne coltivata è sintetica

La carne coltivata (“sintetica” è un termine scorretto, usato strumentalmente da alcuni politici e ripreso dai media, ma mai utilizzato da nessun ricercatore) è un prodotto derivante dall’agricoltura cellulare, un procedimento per il quale a cellule prelevate da animali si forniscono l’ambiente idoneo alla riproduzione e i nutrimenti necessari, così che possano svilupparsi come farebbero in vivo (ossia all’interno del corpo di un organismo).

Non c’è nulla di innaturale o sintetico in questa tecnologia, peraltro in uso da decenni nel campo della medicina, come evidenziato nel position paper LAV.

Il processo di produzione inizia infatti con il prelievo di cellule da un animale vivo, in buona salute e tramite una pratica non dolorosa; le cellule sono poi selezionate e fatte crescere in un liquido di coltura composto da aminoacidi, glucosio, vitamine e sali inorganici e integrato con fattori di crescita e altre proteine. In questo ambiente, completamente sterile e adatto alla crescita, le cellule si differenziano e riproducono, andando a creare le fibre muscolari e i tessuti adiposi (la parte di grasso).

Dopo un periodo che varia dalle 2 alle 8 settimane è possibile raccogliere il prodotto cellulare finale, che avrà qualità analoghe alla carne ottenuta dalla macellazione degli animali.

2. La carne coltivata inquina più della carne “normale”

La produzione di carne da macellazione è responsabile della maggior parte delle emissioni clima-alteranti del settore agricolo, più di tre quarti dei terreni agricoli mondiali sono infatti destinati alla produzione di mangimi per gli animali detenuti negli allevamenti; tuttavia, i prodotti animali forniscono solo il 18% delle calorie alimentari globali e il 25% delle proteine (Good Food Institute). Gli impatti della carne da macellazione sono difficili da ridurre, perché generati lungo tutta la catena, ognuna delle fasi produce enormi quantità di CO2eq (non si tratta infatti solo di anidride carbonica, ma della somma dei gas serra che partecipano al cambiamento climatico, all’acidificazione ed ecotossicità terrestri e all’eutrofizzazione marina).

Come è stato già dimostrato nella ricerca commissionata da LAV all’istituto di ricerca indipendente Demetra “Il costo nascosto del consumo di carne in Italia”, in un anno, le emissioni associate al ciclo di vita della sola carne bovina consumata in Italia equivalgono a oltre 18 milioni di tonnellate di CO2eq, per un costo nascosto annuale di oltre 1.000.000.000 € (un miliardo di euro).

Facendo un paragone, l’inquinamento emesso dalla produzione di sola carne bovina in Italia è equivalente all’impatto delle più grandi e inquinanti centrali a carbone in Europa nell’arco di un anno.

La produzione di carne coltivata, benché non ci siano ancora delle stime definitive, potrebbe ridurre significativamente le emissioni, oltre che liberare centinaia di milioni di animali da sofferenze quotidiane.

In una recente ricerca di Delf CE è stata condotta un’analisi LCA (Life-cycle assessment) per stimare l’effettivo impatto ambientale che la produzione di carne coltivata su ampia scala avrebbe nei prossimi sei anni (entro il 2030).

La ricerca mette in luce che l'uso del suolo necessario alla produzione di carne coltivata è di gran lunga inferiore a quello di tutte le carni da macellazione e ne permetterebbe una riduzione di oltre il 90%.

Anche i risultati relativi alle emissioni di particolato fine e all'acidificazione terrestre per la carne coltivata sono inferiori a quelli di tutte le carni convenzionali e questi risultati sono relativamente insensibili alle modifiche del modello utilizzato dai ricercatori. Il motivo principale è che le emissioni di ammoniaca per produrre carne da agricoltura cellulare sono inferiori a quelle dei sistemi basati su allevamento e macellazione di animali, sia perché vengono meno le deiezioni sia perché la carne coltivata ha bisogno di meno colture e quindi di meno fertilizzanti. In totale, una produzione su larga scala di carne coltivata permetterebbe di ridurre del 92% il riscaldamento climatico causato dalla produzione di carne, del 93% l’inquinamento dell’aria, del 78% l’utilizzo di acqua e di oltre il 90% l’utilizzo di suolo. 

3. La carne coltivata mette a rischio il Made in Italy

Partendo dalla consapevolezza che i prodotti Made in Italy sono largamente costituiti anche da cibi di derivazione vegetale, si pensi alle Lenticchie di Castelluccio di Norcia o al Pane di Altamura solo per fare due esempi, è improbabile pensare che la carne coltivata possa soppiantare al 100% le produzioni di carne di tutta Italia. La cultured meat permetterebbe però di offrire alle persone un’opzione in più che non implica lo sfruttamento e l’uccisione di animali.

Se l’Italia fosse nelle condizioni di mettere in campo le proprie energie imprenditoriali e innovative sperimentando le possibili applicazioni di questa nuova tecnologia, inoltre, potrebbero crearsi nuove eccellenze, meno inquinanti e senza crudeltà. Ciò consentirebbe di continuare la lunga tradizione culinaria italiana senza, per questo, rimanere biecamente ancorati a modelli di produzione e consumo non sostenibili e sempre meno accettati dagli stessi consumatori. La creatività che caratterizza la cucina italiana potrebbe trovare nuove espressioni e dare vita a nuove tradizioni.

Se davvero la paura fosse quella di una perdita a livello di patrimonio gastronomico italiano, allora l’attenzione dovrebbe ricadere sull’accordo, stretto già dal 2018 e riconfermato a marzo 2023, tra Coldiretti e Mc Donald’s, che Ettore Prandini – allevatore Presidente dell’organizzazione di imprenditori agricoli nazionali - ha commentato dicendo “Mc Donald’s rappresenta l’italianità, le nostre eccellenze, la nostra biodiversità”.

Il timore che la cultivated meat possa in qualche modo soppiantare una tradizione secolare è stato instillato e strumentalizzato da chi vi si oppone, non perché esista un reale pericolo che questo possa capitare.

4.  La carne coltivata è carne e non potrà mai essere “vegana”

La carne coltiva è a tutti gli effetti carne ed è più che comprensibile se vegani e vegane non vorranno consumarla, come LAV spesso ricorda, una alimentazione interamente vegetale basata su legumi, ortaggi, frutta e cereali è già facilmente accessibile e permette di assumere tutti i nutrimenti necessari. Tuttavia, la cultivated meat permetterebbe di produrre un alimento senza sofferenza animale, che possa essere integrato nella quotidianità di una vasta porzione di consumatori, riducendo drasticamente l’utilizzo degli animali ad un prelievo di cellule, condotto con metodologia non invasiva e indolore. Un prodotto da agricoltura cellulare, benché di origine animale, potrebbe contrapporsi agli abusi che ogni giorno centinaia di milioni [1] di individui sono costretti a sopportare negli allevamenti prima di essere uccisi.

Inoltre, il fattore più problematico relativo alla carne coltivata, ossia l’uso di siero fetale bovino, appare di facile superamento: sono già svariati gli istituti di ricerca e le startup che utilizzano un brodo di coltura completamente privo di componenti animali – ne è un esempio l’olandese Mosa Meat – e diversi ricercatori italiani sono positivi circa la sua diffusione nei prossimi anni (ammesso che il Ddl proposto dal Ministro Lollobrigida - se approvato dal Parlamento - non freni anche lo sviluppo della ricerca in merito. Proposta di Legge comunque destinata a cadere in virtù di quella europea, una volta che EFSA si sarà espressa in materia).

5.   La carne coltivata contiene più antibiotici della carne macellata

La carne coltivata, a differenza di quella prodotta tramite l’uccisione di animali, viene lavorata in ambiente completamente sterile, condizione che richiede un minor uso di antibiotici. Negli allevamenti intensivi, che costituiscono la stragrande maggioranza degli allevamenti italiani, gli animali sono infatti stipati in ambienti ristretti, a stretto contatto tra loro, e vivono insieme a carcasse di individui morti di stenti (ne è esempio una delle ultime inchieste LAV). In queste condizioni di sovraffollamento e forte stress psico-fisico l’uso massiccio di antibiotici è necessario perché gli animali non si ammalino, condizione che nel caso della carne coltivata non sussiste.

Nel paper diffuso dalla FAO a inizio marzo 2023 si chiarisce che, poiché la coltivazione delle cellule avviene in condizioni di sterilità strettamente controllate, l'uso di antibiotici è drasticamente ridotto o può essere eliminato. In questo modo si riduce il rischio di esposizione umana agli antibiotici e lo sviluppo della resistenza antimicrobica, una delle più grandi minacce alla salute pubblica che l’OMS definisce “pandemia silenziosa”.


[1] Solo in Italia, oltre 630 milioni di animali terrestri   sono macellati ogni anno - (Fonte: Anagrafe zootecnica nazionale 2022) e miliardi di animali acquatici

Segui tutti gli aggiornamenti!

Scopri di più